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lunedì 17 dicembre 2012

Una Striscia Rosso Sangue 2

Gaza la vendetta? No, la Tregua!

Premessa

Un Enigma… Forse una ricetta?
  • per fare una guerra ci vogliono almeno 2 nemici, fatto OK 
  • per fare una tregua ci vuole una guerra, fatto OK
  • per fare la pace ci vuole un vincitore che poi scriva la storia, la sua... NO, non ci siamo: i vincitori, stando alle cronache da Gaza e da Gerusalemme, sono due…!
Quindi, tranquilli, non c’è la pace: è una tregua con due vincitori.


Potremmo dire che è “solo tempo di silenzio armato”, ovvero quel periodo in cui due o più contendenti fanno tacere le armi ma non disarmano gli animi nè le (la) ragioni!
 
Meno male che qualcuno ha lanciato l’SOS con l’Alfabeto “Morsi” e dal Cairo ci si è mossi per la mediazione; missione compiuta, che tregua sia. Tutti pronti a congratularsi con ciascuno, anche tra quelli che non hanno fatto nulla e sono stati a guardare tristi, vicini col pensiero ma lontani per potersi mettere in mezzo oltre ai proclami di rito (leggi vari pezzi o brandelli della Comunità Internazionale…).

Evviva, è anche la vittoria del Presidente Obama che ha voluto fortemente Morsi d’Egitto come Mediatore… e la tregua sia voilà!

Peccato, che sfiga, shit… Per dirla tutta in gergo diplomatico… Adesso che abbiamo ritrovato un importante alleato, che si era perso nel deserto, parte un’altra volta l’SOS ma questa volta proprio a causa dell’Alfabeto “Morsi” che si prende un po’ di nuovi  poteri d’Egitto con un Decreto leggermente inappellabile (come tutto il resto).

L’opposizione ha capito e compreso e scende democraticamente in piazza Tahrir rimanendoci questa volta in modo inappellabile e permanente! Speriamo bene che “l’Alfabeto” si riprenda e senta il peso di questo SOS dalla piazza!

Scusate l’excursus ma era doveroso e referenziale verso zio Morsi, torniamo quindi alla tregua. E’ stata una bella festa al di qua e di là della prima linea! Ciascuno come sempre ha cantato vittoria, anche se è una tregua. Come se un Milan - Juventus in un'improponibile finale di Champions League finisca al 90° minuto e il direttore artistico mister Galliani (zio Fester) e il Sior Andrea Agnelli esultino entrambi gridando vittoria. Ma da regolamento UEFA non dovrebbero esserci i tempi supplementari?

OK torniamo al 90° a Gaza: Hamas sfoggia l’abito bello della festa e proclama una “giornata nazionale di Vittoria”: si spera di ottenere un allentamento significativo del blocco imposto nella Striscia di Gaza.

Nella notte migliaia di persone hanno festeggiato per le strade della città sparando in alto in segno di giubilo… Visto la mira non propriamente precisa dei combattenti di Hamas in Israele hanno fatto comunque risuonare le sirene d’allarme, non si sa mai.

Ora in altri giornali e TG si commenta che può ricominciare la normalità… Che vista da Gaza in particolare in certe piazze dove c’erano dei condomini si potrebbe dire che si ricomincia da meno 2, dal sotterraneo – 2, che prima non c’era ma, dopo l’impresa balistica dell’aviazione isreliana, ora è un lusso strutturale per molte case... Certo: mancano i piani 0, 1, 2, 3 e in alcuni casi anche il 4° però capite bene che avere, in centro a Gaza City, i box nel sotterraneo, senza pagare i costi degli scavi, è sicuramente una pacchia; che bello finalmente poter parcheggiarvi quello che resta della propria macchina centrata da un missile.

Penso invece in modo serio a tutte quelle povere vittime, nella maggior parte civili… E sarà dura ripartire per chi è sopravvissuto. Ripartire da cosa, con chi? Oltre a non esserci un risarcimento economico, non ci sarà neanche un “risarcimento morale”, un sentire comune della Comunità Internazionale perché ciò non capiti più.

Ma in Israele che si dice? Non si canta vittoria, ma in modo serio e professionale si convoca la solita pallosa conferenza stampa e si presentano uno in fila all’altro gli obiettivi raggiunti. Sembra un incontro per i venditori della rete commerciale delle aziende che a fine anno presenta con soddisfazione, all’assemblea degli azionisti, i grafici dei risultati ottenuti.

Abbiamo colpito questo, quello e quell’altro ancora. Siamo proprio bravi a centrare così tanti siti terroristici, con le nuove super bombe. "Bombardamenti precisi" ha dichiarato un generale, con la sicurezza di un cardiochirurgo appena uscito dalla sala operatoria dopo una complicata operazione a cuore aperto! Certo, restando in campo sanitario bisogna stare attenti a possibili effetti collaterali; in caso di sovradosaggio missilistico, si raccomanda di effettuare, in concomitanza con le misure abituali per l'eliminazione dei terroristi (lavande gastriche…) con normali sorvoli retrovirali di droni per una completa copertura da possibili prossime infezioni post operatorie! Le premiate ditte farmaceutiche: Tsahal e la Heyl Ha'Avir (in ebraico: חיל האוויר, spesso abbreviata in IAF da Israeli Air Force) ringraziano per l’attenzione!

A questo punto il sipario, come al solito, si è chiuso i vari e i pochi corrispondenti embedded si sono congratulati tra loro per la bella copertura mediatica e possono tornare a casa felici per le feste di Natale.

Ultima sottolineatura: in Siria, per chi si fosse distratto, continua l’escalation di morti, feriti, distruzioni sia all’interno del Paese che nei Paesi confinanti. Ma tutto sembra volutamente congelato. Certo, ogni tanto anche l’amministrazione americana si sveglia e dice: "Attenti alle armi chimiche!", gli inglesi fanno eco e russi e cinesi, ponendo il veto al Consiglio di sicurezza, rispondono in coro: "Armi chimiche cosa, dove, chi…?" In altre parole, ancora una volta la Comunità Internazionale non scenderà in campo.


Pare proprio invece che l’unico che abbia sempre una sfrenata voglia di scendere in campo sia sempre lui, SB, e purtroppo in questo caso non possiamo contare sul veto della Russia perché non funziona in Italia.

D’altronde a Mosca ci sono ben altri problemi, sono così presi da una situazione alienante: come ha detto di recente il premier russo Medvedev, dopo alcuni brindisi alla vodka: “Gli alieni sono tra noi”.


Prima di concludere vi avviso dei prossimi possibili post su:
  • F35 e portaerei fantasma
  • il riconoscimento della Palestina nel Palazzo di vetro

Si accettano suggerimenti!
 
Vi auguro un buon S. Natale con questi pensieri profondi di Bertolt:

Generale, il tuo carro armato

è una macchina potente

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.

Ma ha un difetto:

ha bisogno di un carrista.
 
Generale, il tuo bombardiere è potente.
 
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.
Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

 
B. B.
 
Se t'interessa, qua trovi di manifestazioni israeliane di solidarietà per i palestinesi ("eppur si muove!")

Alberto

lunedì 19 novembre 2012

Una striscia rosso sangue…

Gaza non propriamente in prima pagina!
Premessa
Si sa che i media nostrani sono sempre un po’ riservati nel parlar di “cose lontane” per umiltà, poca conoscenza o semplicemente perché i corrispondenti sono un lusso e costano e oggigiorno le notizie fanno fatica a pagarsi… Quindi prima di addentrarci in questa selva oscura di dichiarazioni dei vari potenti di turno circa quanto sta succedendo in Medio Oriente, riportiamo oggi (data astrale 19 novembre 2012) ciò che viene titolata come prima notizia sulle Home Page dei principali quotidiani nazionali.

La Stampa, La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Libero, Il Messaggero, il Fatto Quotidiano, Il Sole 24 ore
Sequestro Spinelli: il cassiere di Berlusconi rapito per alcune ore nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, per un dossier che potrebbe ribaltare la sentenza Lodo Mondadori...! Gli indagati avrebbero chiesto come estorsione 35 milioni di € in cambio di carte importanti per Berlusconi contro De Benedetti.
 
 


Chi apre su Gaza e la nuova guerra in Medio Oriente sono “il diavolo e l’acqua santa”: Il Manifesto e Avvenire.



Non è per stilare una classifica ma solo per registrare un dato di fatto. La notizia dei bombardamenti su Gaza e Israele viene citata da tutti come seconda, terza o più giù, e se si va a leggere nelle rispettive pagine degli Esteri la troviamo. Ma in che modo? E cosa si sottolinea?

Tutti cercano di descrivere la complessa situazione e per non rischiare di essere di parte quello che ci vuole è una bella equidistanza che convinca i lettori da che parte sta il male e da quale il bene. Quasi mai l’operazione riesce a ricordare quali siano i diritti e doveri di ciascuno!
In modalità random sottolineiamo e commentiamo le interessanti dichiarazioni di “autorevoli” esponenti della politica internazionale, lasciando a ciascuno la riflessione sull'opportunità delle stesse. Noi speriamo siano frutti di errori di traduzione...

N. d. A. Alcune meriterebbero di essere segnalate su un blog leggermente satirico come Spinoza!
da Il Corriere della Sera

«Hamas apre il fuoco dalle aree civili e colpisce la propria gente». Per Catherine Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'Ue, serve «una soluzione a lungo termine che assicuri pace e sicurezza alla gente che vive in quella zona». Quanto è lungo il termine? Quale zona?
Mentre Terzi, il Ministro degli Esteri Italiano, annuncia che «ci sono le premesse perchè si arrivi a una tregua nelle prossime ore», ma Israele può «autolimitare la sua forza solo se c'è sicurezza assoluta che i lanci di missili non si ripetano».

Autolimitare? Forse bombardando a giorni alterni così il PM10 delle polveri sottili non aumenta...
ISRAELE - Mentre le offensive continuano, secondo un sondaggio del quotidiano Haaretz, l'84% degli israeliani appoggia l'operazione «Colonna di nuvola», contro un 12% che la rifiuta. A schierarsi per un attacco via terra su Gaza è solamente il 30% del campione di israeliani consultato dal giornale, mentre il 39% intende continuare solo con gli attacchi aerei. Intanto per il figlio di Sharon, Gilad, bisognerebbe radere al suolo tutta Gaza. Perché «gli americani non si sono fermati a Hiroshima: i giapponesi non si stavano arrendendo abbastanza in fretta, così hanno colpito anche Nagasaki».

Certo sarebbe interessante sentire il parere dei Giapponesi, ma la storia non la scrive chi perde la guerra...



da La Stampa
Rasmussen, Segretario Generale della Nato: «Sono molto preoccupato per l’escalation» a Gaza, dove da una parte «gli attacchi contro Israele devono cessare» e dall’altra «la comunità internazionale si aspetta che Israele mostri moderazione».

Forse "modearazione" significa: "Ragazzi, l’accordo è semplice: basta razzi. E noi sganciamo ordigni light".
Ban Ki-moon ha parlato mentre era diretto per Il Cairo dove si unirà ai colloqui in corso per una possibile tregua. Il Segretario delle Nazioni Unite ha lanciato un appello per un cessate il fuoco immediato.

Certo che se ci si mette anche l’Onu a lanciare qualcosa… Provare a stare un po’ fermi ed azionare solo il cervello?


da Il Giornale

Un comunicato del portavoce militare israeliano traccia una sorta di riassunto dell'operazione "Colonna di nuvola": "L'aviazione israeliana ha colpito 1.350 "siti terroristici". Nella notte ne sono stati centrati 80: fra questi rampe sotterranee di lanci di razzi; tunnel utilizzati a fini terroristici; basi di addestramento e cellule impegnate nel lancio di razzi".   

Oltre ad un certo numero di civili che abitano in quei quartieri… Con tutto lo spazio e la terra che ci sono a Gaza dove poter sopravvivere! A proposito, ma l’operazione non si chiamava “pilastro di difesa”?
Gli emissari della Lega Araba saranno domani a Gaza, mentre ieri Laurent Fabius, il Ministro degli Esteri francese, ha incontrato Netanyahu: «La guerra deve essere evitata», ha detto. Quello che la comunità internazionale cerca in queste ore di evitare è un'offensiva di terra israeliana.

Oui, bien sûr, la guerre doit être évitée, les bombardements sont une autre chose...!
Ieri il Presidente americano Obama, pur difendendo il diritto d'Israele a difendersi dal lancio di razzi, ha detto che un'incursione di terra rischia di gonfiare il numero delle vittime. William Hague è andato oltre. Anche il Ministro degli Esteri britannico ha rinnovato il proprio sostegno a Israele per poi però ricordare che un'invasione costerebbe al governo di Netanyahu l'appoggio internazionale.

Certo che il rischio di “gonfiare” il numero delle vittime è troppo anche per un Premio Nobel della Pace!
 
 
da Libero

Il quotidiano Haaretz sottolinea che l’operazione «Pilastro di Difesa» può aprire la strada ai raid contro i siti atomici iraniani anche se sul piano militare si tratta di operazioni molto diverse tra loro. Il rischio è semmai che una lunga battaglia a Gaza (il comando israeliano ha avvertito la popolazione di prepararsi ad almeno sette settimane di guerra) allarghi il conflitto all’Egitto, agli Hezbollah libanesi o allo stesso Iran. Uno scenario che infuocherebbe il Medio Oriente facendo quasi dimenticare la guerra civile siriana ma che potrebbe concretizzarsi solo se Washington si smarcasse dall’alleanza storica con Israele. Forse proprio per questo la Jihad Islamica palestinese non crede che gli israeliani facciano sul serio e valuta la minaccia di un assalto a Gaza e il richiamo dei riservisti. «Azioni di guerra psicologica», come ha detto Ahmad al Mudallal all'agenzia iraniana Fars. «Non vorremo entrare a Gaza ma lo faremo se nelle prossime 24-36 ore saranno lanciati altri razzi contro di noi», ha dichiarato invece alla CNN il Vice Ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon. Presto vedremo chi sta bluffando.
Ci risiamo. Non si chiama “colonna di nuvola”. Il  Mossad poteva chiamarla "guerra"... Quanto ad umorismo quelli dei servizi si dimostrano original yiddish!

Meno male che si sono organizzati in sole sette settimane di guerra; nel frattempo aspettiamo di vedere chi bluffa!
 
Una cosa è certa: sia i civili palestinesi sia quelli israeliani stanno subendo la tragica guerra in corso in Medio Oriente tra Hamas e le forze armate israeliane; entrambi sono vittime della cecità e mediocrità dei rispettivi governi e politici. Sembra proprio che questi governanti non vogliano sedersi ad un tavolo a parlare di un futuro di pace. La posizione di forza e la conseguente azione israeliana non solo sono sproporzionate, ma non porteranno a nessuna vittoria. Anche i razzi di Hamas contro Israele hanno ucciso e continueranno a farlo!

Vedo difficile parlare sempre e solo di legittima difesa, ritorsioni, diritti e mai parlare di accettare l’altro. Se si fa di tutto per convincere la propria opinione pubblica che il male sta solo dall’altra parte, prima o poi tutti ci crederanno e allora sarà solo arrivato il tempo di scegliere su quale fronte combattere. Forse è quello che potrebbe evitare una “fantomatica” Comunità Internazionale, che, invece di calcolare le opportunità di real politik, dovrebbe solo guardare all’unica opportunità che ci compete: quella di cercare in ogni modo di umanizzare le vite di ciascuno perché la pace e la salvezza riguardano tutti noi oppure sarà solo questione di tempo e il vento farà il suo giro!

Per tutti noi forse vale la pena di questi tempi rileggere il discorso per la festa di Sant'Ambrogio fatto nel 2001 dall’allora Cardinale Carlo Maria Martini  su terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace.
Alberto

giovedì 4 ottobre 2012

Terra di Giordania


"Tutto ciò che hai visto ricordalo, perché tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento”


Polvere. E terra. Tanta terra. Se chiudo gli occhi la posso vedere ancora davanti a me, con i suoi riflessi dorati e le sue sfumature incerte, che variano inseguendo il corso del sole.
La mia Giordania, in fondo, è proprio questo.
Dico mia perché in tre settimane ho amato e odiato questo spicchio di mondo, questo stralcio di terra che stranamente custodisce la pace, in un Medio Oriente a cui non è dato di trovare pace.
E quando ami e odi qualcosa, quando questi sentimenti si mescolano, inebriandoti, allora puoi star certo che stai vivendo. E non importa quale sentimento alla fine prevarrà, l’importante è che quel “qualcosa” ti abbia toccato nel profondo, così che possa appartenerti per sempre.
La mia Giordania, dunque, non in assoluto, ma per quello che io l’ho vissuta e per quello che, nel bene e nel male, essa mi ha lasciato.
La mia Giordania, dicevo, è terra e polvere.
Strano che, con tutto quello che i miei occhi hanno visto, io mi soffermi proprio su questo dettaglio. Eppure.
Eppure è ciò che più di tutto il resto mi ha colpito, perché ne ho come intravisto un filo conduttore. Un nodo capace di legare a sé tutto quello che ho vissuto e che, per ora, rappresenta un groviglio incerto di emozioni, immagini e suoni.
La terra di cui parlo la vedi anche dall’alto, dall’aereo. E’ un manto che pare stendersi all’infinito, costellato di città e paesi, o meglio: di ammassi informi di edifici. La Giordania è terra di rifugiati e i suoi paesi sono spesso un’evoluzione disorganizzata di antichi campi profughi, che si estendono senza alcuna grazia, fino a lasciare spazio al deserto.
La descrizione delle città meriterebbe un paragrafo a parte. Ci vorrebbero ore per poter descrivere nel dettaglio il caos, i suoni e gli odori delle città arabe. Bisognerebbe soffermarsi sui negozi di frutta e verdura, sui macellai, sull’uomo al crocicchio della strada che non smette di ripeterti “welcome”, sul bambino che cerca di venderti i chewing-gum, sulla donna velata che allontana lo sguardo. Ma soprattutto, bisognerebbe soffermarsi a descrivere la melodia del muezzin: poesia e preghiera che ammalia e affascina.
Ma non è questo di cui voglio parlare. Io voglio parlare della terra. Di quella terra che avvolge le città, e che ti scorre davanti quando viaggi sui pulmini, spostandoti da un luogo all’altro. In queste occasioni l’idea che ti fai è che in Giordania non esistono piante. La Giordania è un Paese senza ombra. Pensarci ti fa sorridere, perché in realtà di ombre, simboliche ed interiori, ce ne sono molte. Sono le ombre dei conflitti che hanno insanguinato il Medio Oriente, e che si fanno vive e concrete nei volti di chi qui ha trovato rifugio. In fondo, la Giordania ha questo pegno da pagare per aver salvaguardato la pace: tutti accorrono ad essa. Prima i Palestinesi, chiamati a scontare la loro “nakba”, la loro “catastrofe”; poi gli Irakeni, in fuga dalle guerre che hanno insanguinato il Golfo; ed ora i Siriani. La Storia, d’altronde, non smette di ripetersi.  E nel suo ripetersi porta con sé storie diverse, ma con costanti comuni. Penso a quella donna anziana a cui abbiamo portato visita. Palestinese, “dello stesso paese della regina Ranja”, fuggita nel 1948. I suoi figli sono figli della Giordania, perché qui sono nati, frutto dell’amore con un ragazzo giordano. Perlomeno loro non hanno visto le bombe, come invece hanno fatto i figli di un’altra donna, fuggita da Homs, fuggita da un Paese nel quale i suoi bambini non potevano più giocare per strada.
Ecco, queste sono le ombre che nasconde la terra giordana. Terra che, in fondo, dietro alla sua pace nasconde le sue belle contraddizioni.
Una di queste la posso rivedere in dei divani. Non ci avevo pensato prima d’ora, ma in Giordania mi sono seduta su un’ infinità di divani. Quando vai a fare visita a qualcuno, infatti, stai pur certo che questi troverà un divano su cui farti sedere. E ti capiterà, in quanto occidentale, di far visita a famiglie ricche, con divani bianchi, giardini perfetti, piastrelle luccicanti e piscina annessa. O almeno, a me è capitato. Ti capiterà poi, in quanto volontario, di sederti su divani scuciti, in stanze senza finestre, con i muri scrostati. In questi casi, è probabile che tu debba ascoltare storie per le quali ti sentirai un perfetto imbecille, seduto su quel divano, senza la possibilità concreta di fare qualcosa.
Contraddizioni. O semplicemente differenze. Differenze che convivono e si ignorano, come d’altronde accade qui da noi, nel nostro occidente, che tanto decantiamo come modello di civiltà.
A proposito di Occidente: li vedi gli occidentali in Giordania. D’altronde è inevitabile: si fanno riconoscere. Li vedi passeggiare per Amman e prendere il sole ad Aqaba. Li vedi con i loro pantaloncini, le canottiere e la macchina fotografica al collo: sfiorano la cultura araba, ma non si interrogano su di essa. La loro Giordania coincide con le meraviglie di Petra e con la straordinaria bellezza del Wadi Rum. La terra dei turisti è quella del deserto, che strega, affascina, rapisce. La gran parte di loro se ne tornerà a casa con queste immagini negli occhi, e bon, è stato un bel viaggio.
Eppure in Giordania, come dicevo, esiste altra terra. Esiste la polvere dei marciapiedi e dei cortili di Zarqa, per esempio. Ma è ovvio che da qui non passa nessuno, anche la guida turistica lo sconsiglia vivamente.
Eppure a me è toccato di passarci una settimana.
Alla sera dal balcone si vedevano i bambini giocare fra la polvere e i calcinacci. Per i bimbi musulmani, infatti, la strada coincide con il parco giochi. I bambini cristiani sono più fortunati, hanno l’oratorio, la parrocchia: una lastra di cemento con due canestri, meglio di niente. Peccato poi che quel cortile diventi l’unica dimensione della loro vita sociale: la comunità d’altronde è piccola, bisogna preservarla. E così i cristiani d’oriente si ripiegano su se stessi, si chiudono per paura di vedere cancellata la loro identità.
Devo dire che il loro attaccamento alla fede, talmente forte nella ritualità da divenire soffocante, mi ha sconcertata. Ma d’altronde il mio è uno sguardo occidentale, e per capire è necessario contestualizzare. Provarci almeno.
In ogni caso, non è su questo che volevo soffermarmi, bensì sulla terra di Zarqa. Città enorme, un groviglio di case addossate le une alle altre, vie e vicoli con nomi di re e principi, ma nemmeno una piazza: questa è la seconda città della Giordania. A guardarla, mentre ti scorre davanti al finestrino, sembra che tutto sia stato fatto a caso, ed in fondo è verosimile. Come è verosimile che lo stesso sia accaduto per Mafraq.
La polvere delle loro strade non è dissimile: i taxi e le macchine la sollevano allo stesso modo, i bambini vi corrono sopra con lo stesso entusiasmo. Eppure basta spostarsi di poco da questa città per respirare il sapore di una terra diversa, più amara. Una terra che molti turisti non vedranno mai, e che, nonostante tutto, appartiene comunque a quella stessa Giordania di cui porteranno a casa le foto.
Ci ho messo tanto, un giro enorme di parole, per arrivare a parlare di questa polvere, di questa terra.
Il suo nome è Zaatari, ed è un campo: un campo profughi. Ogni giorno vi arrivano circa 600 siriani tra uomini, donne, bambini e anziani.
Il campo è immenso, lo sguardo non riesce a coglierne la fine. Si dice che possa accogliere fino a 150.000 rifugiati, un numero enorme se consideri che dietro ad ogni cifra si nasconde un volto, una storia.
Ma la cosa impressionante è che non c’è nulla. Per l’appunto solo terra e polvere, per chilometri. E, ovvio, anche tende e persone. Dannazione, se ci penso mi vengono ancora i brividi.
Rivedo quel maledetto furgoncino della Caritas,
rivedo i nostri giubbottini blu con la scritta bianca in lettere latine,
rivedo i cartoni pieni di cibo e giochi per la distribuzione. Una distribuzione fatta alla cazzo, che più cazzo non si può.
Ma soprattutto rivedo quei bambini. Sono i figli della Siria, di una Nazione ferita, ma che mantiene la sua dignità. Sono bambini che non sorridono, e questo mi sconcerta, perché non so come muovermi, cosa fare, cosa dire. Mi limito a guardarmi attorno: a qualcuno chiedo timidamente il nome, qualcuno mi risponde, qualcun altro si ritira. Accarezzo qualche testa, ma smetto subito, perché mi sembra troppo un gesto di pietà, e loro non hanno bisogno di questo.
Vedo anche qualche genitore.
Vedo una madre con i suoi sei figli avvinghiati addosso: mi sorride. Purtroppo non abbiamo parole per parlarci, il nostro dialogo è muto, ma dice molto. Quanto invidio la forza di quella donna che, nonostante tutto, ha ancora il coraggio di sorridere!
Vedo un padre che tiene per mano i suoi due bambini, uno di loro in lacrime perché vuole un pallone. Il suo sguardo è duro e rassegnato assieme, è lo sguardo di un padre che non può far nulla per dare un pallone a suo figlio. E’ uno sguardo che congela, e che io non posso sostenere.
E poi ci sono gli adolescenti: arrabbiati e belli come tutti gli adolescenti del mondo. Gridano “Allahu akbar”. “Allah è grande”. “Dio è grande”. Ma quanto è grande Dio? Sarà più grande di questo campo profughi che si estende all’infinito? Più grande del dolore, della rassegnazione e della rabbia di questa gente?
Io non ne ho idea, non ne ho proprio idea.
So solo che io, invece, mi sento piccola, impotente, e a disagio in quel giubbotto blu troppo largo per me. Un disagio che non se ne va via nemmeno quando lasciamo il campo, che non viene spazzato nemmeno dal vento che alla fine ricopre di sabbia anche noi.
Ormai ho quello spazio terroso dentro agli occhi, e difficilmente lo dimenticherò.
Il punto è che il giorno dopo essere stati a Zaatari abbiamo lasciato Mafraq per girare la Giordania, anche noi da buoni turisti, da buoni occidentali. Abbiamo fatto le nostre foto galleggianti sul Mar Morto, abbiamo camminato per le vie di Petra e preso il sole sul Mar Rosso. E poi siamo stati nel deserto.
Sabbia, sole, sabbia, jeep, sabbia, stelle e ancora sabbia.
E lì è inevitabile. Lì ripensi per forza a quella sabbia, a quella polvere, alle molteplici polveri della Giordania: a quelle che ti sono entrate dentro, a quelle che ti hanno turbato, a quelle che ti hanno affascinato.

Per questo ora dico che la mia Giordania è terra.
In quell’elemento ci sta tutto.
Ci sta ciò che ho visto, ciò che ho respirato, ciò su cui ho camminato.
Ci sta tutto quello che ho vissuto. 
E questo basta.

Elisa


venerdì 21 settembre 2012

UN PO' UN POST



Un post in ritardo....
viene dal Medio Oriente, è normale...
un post non in ritardo non può essere un vero post Giordano!












Un post a caso...

un po' come la vita qui...
si va all'ispirazione del momento
foto sparse per il post
per rendere l’idea di come scorre il tempo qui
che non è lineare ma pare in modalità riproduzione casuale da playlist youtube
non sai mai quello che avverrà dopo
l’unica cosa che è certa è che probabilmente non accadrà quello che pensi possa succedere

Un post inshallah
che significa "se Dio vuole"
riferendosi a qualcosa che accadrà in un arco di tempo che varia da verundicimila anni luce nel futuro ai 3 secondi successivi.
Inshallah è l'unica risposta che qui pare avere un senso logico.
Il massimo è stato " mi passi la penna please?" "inshallah"
la penna è rimasta al suo posto... Dio non ha voluto...
nessuno mi aveva ancora spiegato che è anche un modo carino e molto educato per dire "ma muori"

Un post che è tutto quello che sono stati i cantieri.... un po' in ritardo ad aspettare sotto il sole, mani in mano, facce ormai rassegnate... 

un po' a caso a cercare, a girare, a chiacchierare, a procacciarci i dolci, il pane e i polletti per la cena, a preparare distribuzioni di vestiti per i profughi siriani senza avere istruzioni chiare sul come farlo, ad attendere quello che non sarebbe mai successo, a fare ramadan anche noi per caso… 

Un po' inshallah, che era la risposta che di solito si otteneva, utilizzata nei mille sensi che la caratterizzano e che variano dal " ma che ne so io?????????????? ", al " Dio è grande, provvederà" , all’ovviamente immancabile “ma muori”.....

Ci sarebbero altre cento cose da dire su questi cantieri, ma questo post è anche un po’ svogliato, impiastricciato di calura estiva giordana, quella che ti succhia le energie ... Quindi scusateci se non ci dilunghiamo in racconti prolissi ma è inutile perdersi in parole! L’unica cose che rimane da aggiungere su questi cantieri è che anche se svogliati, inshallah, a caso e perennamente in ritardo, sono anche stati dei cantieri hamdulillah, che significa grazie a Dio … perché sì, questo è anche un post un po’ hamdulillah!

grazie a dio che sono finiti? No, assolutamente no…



Avete presente quando vi ingozzate di cibo per le feste comandate e poi siete così pieni di tutte le possibili varietà di pietanze che l’unica cosa che riuscite a fare è accasciarvi sulla sedia slacciando i bottoni dei pantaloni? Ecco, qua quando uno è così pieno esclama soddisfatto “hamdulillah”….
Tre settimane fatte di voci, colori, suoni, giochi, incontri, passeggiate, lune piene, deserto e mare, narghilè e succhi di frutta, notti tirate tardi, canti e chitarre, domande e risposte, pensieri e sensazioni, profumi e tanfi,  delusioni e soddisfazioni, difficoltà e fatica, sorrisi di bambini e sguardi di anziani, donne velate e uomini in tunica, campi profughi e scuole estive, visite e giochi, tre settimane che sono state un vortice, un’abbuffata di vita condensata, che in parte è ancora ferma sullo stomaco …

Ecco avrò messo su un kilo! Ma di conoscenza, di tolleranza guadagnata, di sorrisi, di abbracci, di storie di vita da poter raccontare, di avventure esilaranti e di mille e mille altre cose … i pantaloni stringono e sposto il buco alla cintura … hamdulillah, altro da dire non rimane








mercoledì 18 luglio 2012

Mare nostrum e degli altri

Libia, libiae, libiae, libiarum…
Quante declinazioni… Forse tante quante le etnie, tribù, clan libici: da sempre la Libia occorre declinarla in modo ampio!

I risultati definitivi delle prime libere elezioni post Gheddafi arrivano prima dell'inizio del Ramadan e sono molto chiari. Già si sapeva che l’Alleanza delle forze nazionali dell'ex premier del Cnt, Mahmud Jibril, è il primo partito in due importanti circoscrizioni dell'ovest. Jibril a Janzour, nella periferia di Tripoli, ha incassato 26.798 preferenze contro le 2.423 del Partito Giustizia e Costruzione (Pgc), braccio politico dei Fratelli Musulmani. Risultati senza appello anche a Zlitan, vicino a Misurata: con 19.273 voti l'Alleanza sfonda, mentre i Fratelli Musulmani si fermano a poco più di 5.626 preferenze. Stamattina è stata proclamata la vittoria con largo margine sulla compagine “islamista”, anche se poi il governo per dare stabilità alla “governance” del Paese non potrà fare a meno del supporto dei Fratelli Musulmani.

L’esultanza generalizzata al di qua della sponda del Mediterraneo per il successo in Libia dei “liberali”, fa capire di che sponda siamo fatti… Siamo quella buona e democratica! Di seguito il mantra comunicativo sul voto degli esperti valutatori europei che hanno seguito lo svolgimento delle elezioni in Libia dichiara:

"Le elezioni in Libia sono state pluraliste, gestite in maniera efficiente e nel complesso pacifiche", ed hanno gettato “le fondamenta per lo sviluppo democratico futuro".

I media nostrum e quelli europei son tutti d’accordo: ha vinto il popolo, la democrazia...! Pace se c’è stato qualche incidente, qualche tentativo di boicottare le urne, come dire… i soliti “teppistelli cirenaici”. Certo un 36% degli aventi diritto non ha votato, ma in fondo da noi va peggio!

Possiamo forse dormir sonni tranquilli; i contratti petroliferi sono al sicuro, ma di questo non avevamo dubbi. In fondo se, come disse Enrico IV verso la fine del ‘500, “Parigi val bene una Messa”, figuriamoci: il petrolio libico val bene tante “com- messe”…

Speriamo che la cosiddetta Comunità Internazionale sappia favorire la svolta democratica e liberale nel Paese… Non tanto per questioni energetiche, quanto per la libertà e la difesa dei diritti di tutti. Sarà interessante anche capire in che direzione si muoverà il futuro esecutivo libico, nei confronti delle diverse esigenze regionali e come affronterà a livello interno ed internazionale la questione migratoria, visto che finora la gestione era sicuramente “criminale”.


Fratelli d’Egitto
Continuando a Est in Egitto dopo alcuni giorni di polemiche, scontri e accuse reciproche, finalmente sono arrivati i dati ufficiali del secondo e definitivo turno delle elezioni presidenziali: Mohammed Morsi dei Fratelli Musulmani è il nuovo presidente. Ha ottenuto il 51.7% dei voti contro il 48.3% dell’avversario Ahmed Shafik (ultimo premier del regime di Mubarak).

Certo, un po’ di preoccupazione c’è: appena dopo l’elezione del Presidente, la Corte Suprema dà ragione allo SCAF (Supreme Council of the Armed Forces), dichiarando un terzo del parlamento incostituzionale e decretando quindi il suo scioglimento. Allora il Presidente non curante, convoca il Parlamento martedì 10 luglio annullando con un decreto lo scioglimento e ricorrendo in appello… Chi ha torto, chi ha ragione, ma soprattutto chi comanda e chi deve ubbidire?

Per concludere aspettiamo con trepidazione la “faraonica” Corte di Cassazione che dovrà sbrogliare la complicata matassa dei molteplici ricorsi che riguardano: lo scioglimento dell'Assemblea del popolo, quelli contro il decreto presidenziale e da ultimo quello riguardante lo scioglimento dell'assemblea Costituente.

Come si dice in gergo giuridico: "Un gioco da ragazzi cara la mia cassazione d’Egitto".

Nel frattempo per mantenere la calma i Fratelli Musulmani chiamano un milione di “parenti” in piazza Tahrir. Per contro sembra che i militari abbiano dichiarato, facendo il verso ad una vecchia canzone di Jannacci*: “(...) per vedere di nascosto l’effetto che fa! Vengo anch’io…” a Tahrir. Siamo certi che la piazza in modo responsabile e pragmatico risponderà per le rime: “No tu no!”. In fondo anche loro, i Fratelli, conoscono il nostro Enzo!


Siria Bocca di Rosa e l’antico lavoro
Proprio così: il Poeta ci ricorda che, con passione e amore, Bocca di Rosa viveva in quel Paese e la sua storia passata e recente ha riguardato diversi “clienti generosi” che l’hanno amata; alcuni ancora oggi flirtano con Lei, mentre altri, beccati in flagrante, hanno mollato sconsolati… “Ma la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie senza indagare se il concupito ha il cuore libero oppure ha moglie”; ahimè per Bocca di Rosa, le mogli cornute non son poche e si sa che la gente anche a livello mondiale dà buoni consigli se non può più dare cattivi esempi. La Vecchia Comunità Internazionale sembra non essere mai stata moglie, non ha più entusiasmo e sembra voler prendersi la briga e forse anche il gusto di dare a tutti i Paesi clienti il consiglio giusto.

Garantendo così alle “cornute” che il furto d’amore sarà punito. Siamo a questo punto, che alcuni sono andati dal commissario dicendo in modo poco fine che quella “schifosa” ha già troppi clienti, più di un consorzio alimentare.

Ora nell’ironia consapevole forse dovremo aspettarci 4 o 5 gendarmi con pennacchi blu o di altro colore e con le armi che accompagnino Bocca di Rosa alla sua ultima stazione, e siamo sicuri che alla stazione ci saremo tutti per vederla partire.

E forse solo allora comparirà un cartello giallo con una scritta nera che ci ricorderà: “Addio Bocca di Rosa con te se ne parte la primavera”. Araba.



Alberto

* Foto tratta da http://tornoaivinili.blogspot.it/2010/11/luomo-meta.html#!/2010/11/luomo-meta.html

lunedì 16 luglio 2012

UN POST PIU' UMANO




Eccoci, un’altra mattina alla stazione degli autobus, fermi sotto un sole già rovente. Quanto aspetteremo oggi? Difficile fare previsioni … A volte bisogna lottare per accaparrarsi un posto, altre volte bisogna aspettare un tempo interminabile prima che il mezzo sia al completo di passeggeri e quindi pronto a partire. Non sappiamo mai a che ora saremo sul posto di lavoro: a volte arriviamo in anticipo, quasi mai in orario, spesso e volentieri in ritardo. Ma alla fine qua a nessuno sembra importare, la filosofia di vita è molto diversa dalla nostra, qui inshallah (se Dio vuole)  non è un’espressione, è uno stile di vita. Ci lasciamo alle  spalle Amman, attraversiamo Zarqa e presto il bus comincia a sfrecciare nel deserto. Un deserto di colline sassose e pietraie, un deserto che è solo un illusione, un intervallo di natura immota e potente che incontriamo quasi per sbaglio e presto abbandoniamo. Eccoci di nuovo in periferia. Il vecchino seduto dietro di me mi tocca col bastone, proprio come quando ci si vuole accertare che qualcuno sia ancora vivo, e io, che come al solito mi sono addormentata negli ultimi cinque minuti di viaggio, apro gli occhi:
È ora di  scendere.
Mi guardo intorno, respiro: aria secca, polverosa e calda. Sono arrivata a Mafraq.

Da sempre città di confine, città nel deserto, da qualche mese  città di rifugiati, di povertà, di dignitosa e composta disperazione.






 Eppure in apparenza tutto è così normale. I mendicanti ai lati delle strade sono di più, molti di più, sono donne anziane, bambini, anche uomini di tanto in tanto, parlano con un accento diverso, ma la gente non pare scomporsi; tutto pare abituale, scontato, ordinario. È strano trovarsi sul teatro di una tragedia e vedere come la vita continui a scorrere impassibile, imperturbabile. Con ordine la società civile giordana si è apprestata a soccorrere gli sventurati vicini, come se fosse la cosa più normale del mondo, come se fosse scontato che dopo ai Palestinesi e agli Iracheni in qualche modo anche ai Siriani toccasse il proprio turno. I mass media non gridano all’invasione come fa la stampa nazionale nostrana ad ogni singolo sbarco di immigrati, sono al contrario solidali, parlano di aiuti e di progetti di accoglienza, di ospedali da campo, di realtà locali impegnate nell’emergenza e delle ONG straniere che le supportano. C’è preoccupazione e c’è tensione, è normale, la Giordania non è un paese ricco e ha già seri problematiche sociali con cui deve fare i conti, ma le persone accolgono prontamente, senza sospetti e con generosità.
 È vero, Il governo non ha una posizione chiara e cerca di non sbilanciarsi e questo, sicuramente, va in parte a discapito delle condizioni di vita dei Siriani in suolo Giordano, ma la popolazione civile, anche se stanca e preoccupata, accoglie e aiuta. I movimenti informali nati dal basso, dalla gente comune, sono molti: ci sono  iniziative culturali, spettacoli di vario tipo, concerti di gruppi ska e rock, una rarità nel panorama musicale mediorientale,  il tutto per raccogliere fondi per chi è scappato, per tutti coloro, e sono tanti, che ogni giorno varcano la frontiera. È vero, tante persone vivono “l’emergenza” come una realtà distante e lontana, la stragrande maggioranza della popolazione infatti vive alla giornata arrabattandosi e ingegnandosi in mille modi per arrivare a sera,  ma, nonostante ciò, il tessuto sociale Giordano è vivo, si attiva, risponde e crea reti di solidarietà accantonando la stanchezza e l’amarezza che contraddistinguono quest’ennesima tragedia mediorientale.

Al contrario di ciò che avviene in Italia, qui i mass media non utilizzano meschini sotterfugi linguistici per diffondere incertezze e paure, per creare sindromi da Cassandra alimentando quella che è stata più volte magistralmente definita una “tautologia della paura”. Da noi gli immigrati sono clandestini, irregolari, delinquenti, invasori, sono portatori di una cultura troppo diversa e quindi pericolosa, sono quelli che ci rubano il lavoro e che creano insicurezza sociale, sono chiusi, arretrati, sono individui pericolosi per la società, sono, in sostanza, capri espiatori che portano lo stigma di colpe non loro.

Qui i Siriani sono “ fratelli per cui si deve pregare” , forse sono visti come vittime ma questo punto di vista non è accompagnato dal paternalismo che invece è proprio dei discorsi pubblici italiani e, più in genere, europei. Quello che ho notato qui in Giordania è che quando si parla di Siriani si parla di PERSONE, uomini, donne, bambini che continuano a possedere una loro dignità.

E dal cuore del mondo musulmano, quel mondo che tanto spaventa noi occidentali poiché spesso considerato arretrato e violento, giunge una lezione di dignità, umanità e fratellanza: sulle coste italiane sbarcano clandestini, qui si accolgono persone.

Distribuzione di beni di prima necessità a Zarqa


Il tassista che mi riaccompagna a casa accende la radio, ascolta le notizie poi alza le spalle e dice: “ altre bombe, hai sentito? Prega, prega anche tu. Allah deve aiutare i nostri fratelli Siriani”.


domenica 8 aprile 2012

... Al posto della libertà ...


E volto le spalle... lasciandomi alle spalle una desolazione incrociata solo superficialmente, forse più con l'animo che con gli occhi. Il mio sguardo non si è soffermato sui volti talora stanchi talora spaesati delle persone che mi circondavano, una sensazione strana me lo impediva, come una percezione di estraneità.
Alzare lo sguardo era come voler sfidare quei volti segnati da dolori e fatiche e ciò mi metteva a disagio.
Sono entrata a testa bassa, incerta del significato della mia presenza là tra loro e a testa bassa sono uscita dopo aver parlato con il capo della polizia che ovviamente esigeva un'autorizzazione per farci entrare nel campo profughi, che poi così non dovrebbe neanche essere chiamato anche se di questo concretamente si tratta. Mi dirigo verso l'uscita fissando la terra polverosa, il capo chino, non perchè io sia delusa ma perchè non ho ancora trovato il coraggio di sostenere gli sguardi interrogativi, quasi diffidenti, che si posano su di noi. Sono sollevata: per oggi non dovrò entrare nell'inferno. Le anime sventurate che lo popolano sono Siriani, gente semplice, contadini, donne e bambini, l'età media nel campo oscilla tra i 19 e i 29 anni.
“Ragazzi come noi”
Questo ho pensato quando la dirigente dell'associazione di assistenza medica affiliata all'UNHCR ha risposto alle nostre domande.
“Quanti sono?”
“Tanti, ogni giorno sempre più. Dal 29 marzo il numero sale esponenzialmente.”
Azzarda una stima “ Si contano circa 15.000 displaced people qui in Giordania” . 
Difficile trovare due fonti che concordino sul numero esatto, quello che è certo è che sono molti.
… ragazzi e ragazze...  
Persone che hanno subito violenze e torture e sono state costrette a fuggire, ad allontanarsi dalla casa e dalla famiglia, a lasciarsi tutta una vita  alle spalle, esistenze sradicate e trapiantate in un' altra realtà, umanità ferita, raccolta in un luogo che non è tale, in un campo che è un non luogo, dove la vita si ferma, arresta il suo naturale corso come sospesa. Molti, tutti vogliono tornare in Siria, non accettano questa forzata e tragica parentesi nella loro vita, questa fuga imprevista che ha drasticamente interrotto le loro vite costringendoli a fuggire. Dietro a tutta questa violenza, perché quando si costringono migliaia di persone ad interrompere drasticamente le loro vite di questo si tratta, solo dati incerti, percentuali e stime numeriche che mostrano realtà completamente diverse.

E dall’occidente giungono voci contrastanti: mentre i mass media raccontano di un governo che per mezzo dell’esercito attacca la sua stessa popolazione vi sono molti giornalisti che scrivono di una realtà molto diversa e parlano di una rivolta strumentalizzata e fomentata dall’occidente[1].
“You’ll get the shari’ah and we’ll get the oil”, questo è lo slogan che secondo molti si nasconde dietro l’ennesimo tentativo di esportare la democrazia. Non è forse ora di chiedersi per quanto questa scusa, ormai trita e consunta, ci ingannerà ancora?
Intanto ad Amman si contano a decine i mercenari inviati dai paesi del Golfo, dalla Libia, tra loro anche qualche pashtun afghano[2]. L’Arabia Saudita proclama che sono stati inviati per sostenere i ribelli, per combattere contro il regime oppressore di Assad; non è forse legittimo chiedersi da che parte stiano allora questi ribelli? Siamo sicuri che dei mercenari talebani possano combattere per la democrazia? Il regime è sicuramente corrotto, ma i giochi di potere sono molto più complessi di quello che in realtà sembrano e questa rivolta non è solo una sollevazione popolare, sotto ci sono interessi ed equilibri molto più complessi di quello che le fonti ufficiali di informazioni lascino trapelare[3].

I pensieri si affollano confusi, più si va a fondo della questione meno la si comprende. L’unica cosa certa è che questa calcolata disinformazione fa parte del gioco e a testimoniarlo basti citare la dimissione di 5 giornalisti corrispondenti di Al Jazeera a causa delle menzogne diffuse dalla nota emittente[4].

Ma questa volta è diverso, le vittime della tragedia non sono fantasmi lontani rievocati da numeri e cifre distrattamente letti nei giornali, questa volta sono esistenze che ho sfiorato, vite incrociate quasi per caso, incontri mancati che continuano ad essere avvolti in una coltre di silenzio spessa tanto quanto la mia incapacità di ridare loro quella dignità di persone perduta e cancellata dal campo, dalle definizioni ufficiali, dai numeri e dalle percentuali. Abbassando lo sguardo non faccio altro che sancire la loro condanna.

Il mio sguardo si posa nuovamente sulla terra polverosa, terra giordana, terra di una nazione creata dal nulla e dal deserto, popolata di rifugiati e che continua a prestare fede alla sua vocazione rinnovando di giorno in giorno il suo ruolo di mediatrice tra occidente e medio oriente grazie all’abile equilibrismo dei suoi sovrani. Terra che per l’ennesima volta si riconferma un’isola di relativa quiete circondata da un mare in tempesta.

Alzo gli occhi al cielo: uno stormo di uccelli in volo cattura il mio sguardo.
Provengono da nord, hanno appena sorvolato il confine eppure per loro non c’è un campo ad attenderli, loro sono liberi di volare ovunque, senza barriere, senza status ufficiali, nessuno li additerà come “displaced”.
E forse un po’ ingenuamente penso alla libertà così come è intesa dagli uomini, a quest’ideale astratto che diviene spesso gabbia e prigione.
Dove abbiamo sbagliato? Cosa ci sfugge?