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venerdì 8 febbraio 2013

www.micascemi.org

Ehi, tu!

Sì, proprio tu, lettore compulsivo di questo blog,

Noi abbiam finito il nostro anno di servizio civile, ma MiCa vogliamo abbandonarti.

Migriamo.

E insieme a 93 altri SCE ti raccontiamo quel che è stato dal 2003.

Nel2012lafinediunmondo non c'è stata e noi, insieme ad un amico armadillo, continueremo a postare le nostre storie qui.

Grazie!

 
 
 
   
Scheletri Nellarmadillo ti aspetta anche su FB

 

venerdì 1 febbraio 2013

La palabra más sencilla del mundo - Italiano y español


LA PAROLA PIU' SEMPLICE DEL MONDO -


A un anno esatto dall'inizio di questa avventura, proprio quando vorrei scrivere un ultimo pensiero intelligente, tutte le parole che potrei spendere battono in ritirata. Neanche le immagini, quelle migliaia di volti, situazioni, panorami collezionati in questo tempo, mi vengono in aiuto. Sembra tutto superfluo. Niente essenziale o così significativo.
E quindi, con una delle più semplici parole mai esistite mi esprimo e dico GRAZIE.



Ai miei responsabili-armadilli di Caritas Ambrosiana, per aver creduto in me, regalandomi questa opportunità.

Al personale, ai ragazzi e alle famiglie del Guis, che mi hanno accolto con un sorriso e dato libertà di sperimentare, proporre, sbagliare, imparare.

Alle compagne Nica-SCE, con le quali ho creato e vissuto la nostra piccola e loca comunità, per tutte le risa, i litigi e le esperienze che ci hanno fatto crescere insieme.

A tutti gli altri compagni di servizio sparsi in giro per il mondo, che hanno condiviso con me momenti importanti e racconti esotici dai quattro punti cardinali.

A tutti i volti incontrati in Nicaragua, le persone appena conosciute e quelle diventate amiche dell'anima, che per un momento o mille mi hanno tenuto compagnia riempiendomi i giorni e la valigia.

A chi, famiglia o amici, ha saputo starmi vicino, nonostante un oceano nel mezzo, per poi riaccogliermi e riscaldarmi in questo inverno italiano d.o.c.




E a tutte le persone a cui questo grazie è rivolto, mi sento di fare un augurio, uno tra i tanti che si potrebbero fare. Il mio oggi è questo:

Ti auguro tempo. Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno.Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa. Ti auguro tempo, per il tuo Fare e il tuo Pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri. Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento. Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perchè te ne resti; tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull'orologio. Ti auguro tempo per toccare le stelle e tempo per crescere, per maturare. Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare. Non ha più senso rimandare. Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono. Ti auguro tempo anche per perdonare. Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Poesia indiana









LA PALABRA MÁS SENCILLA DEL MUNDO


Hace exactamente un año desde el comienzo de esta aventura, justo cuando quería escribir un último pensamiento inteligente, todas las palabras que yo pudiera utilizar se van. Ni las imagenes, los miles de rostros, situaciones, paisajes recogidos en este entonces, ven en mi ayuda. Todo parece superfluo. Nada esencial o tan significativo.
Entonces, con una de las palabras más sencilla jamas existida me expreso y digo GRACIAS.



A mis responsables de Caritas Ambrosiana, por creer en mi, dándome esta oportunidad.

Al personal, a los niños y a las familias del Guis, que me recibieron con una sonrisa y que me han dado libertad de experimentar, proponer, cometer errores y aprender.

A las compañeras Nica-SCE, con las que he creado y vivido nuestra pequeña y loca comunidad, para todas las risas, las peleas y las experencias que nos han hecho crecer juntas.

A todos los demás compañeros de servicio repartidos por todo el mundo, que compartiron conmigo momentos importantes y cuentos exoticos de los cuatro puntos cardinales.

A todos los rostros encontrados en Nicaragua, las personas que cruzaron mi camino por un ratito y las que se convirtieron en amigos de l'alma, que por un momento o mil me hicieron compañía llenando mis días y mi maleta.

A quien, familia o amigos, ha sido capaz de estar cerca de mi, a pesar de un océan en el medio, para luego re-acogerme y calientarme en este invierno italiano d.o.c.



Y a todas las personas a las que se dirige este agradecimeinto, quiero pedir un deseo, uno de los tantos que se podía pedir.

Te deseo tiempo. No te deseo un regalo cualquiera, te deseo aquello que la mayoría no tiene. Te deseo tiempo, para reír y divertirte, si lo usas adecuadamente podrás obtener de el lo que quieras. Te deseo tiempo para tu Hacer y tu Pensar, no sólo para ti mismo sino también para dedicárselo a los demás. Te deseo tiempo no para apurarte y andar con prisas sino para que siempre estés content@. Te deseo tiempo, no sólo para que transcurra, sino para que te quede: tiempo para asombrarte y tiempo para tener confianza y no sólo para que lo veas en el reloj. Te deseo tiempo para que toques las estrellas y tiempo para crecer, para madurar. Para ser tu. Te deseo tiempo, para tener esperanza otra vez y para amar, no tiene sentido añorar. Te deseo tiempo para que te encuentres contigo mism@, para vivir cada día, cada hora, cada minuto como un regalo. También te deseo tiempo para perdonar y aceptar. Te deseo de corazón que tengas tiempo, tiempo para la vida.

mercoledì 9 gennaio 2013

un anno in due valigie


Fatte le valigie per inviarle a Goma…sì una settimana prima della nostra effettiva partenza da Kindu, perché con l’aereo UN possiamo portare solo 15 kg…
Così proviamo ad infilare un anno in due valigie. 
Strano. 
Vorrei portarmi via tutto, ogni albero, ogni foglia, ogni seme e frutto. Ogni tonalità di verde di questa incredibile foresta.
Ogni sole rosso, al tramonto, ogni sfumatura su queste nuvole disegnate.
Ogni setaccio e ogni donna che setaccia il riso fuori dalla sua semplice e dignitosissima casa di fango. Ogni inconfondibile suono di riso setacciato.
Ma forse invece vorrei viaggiare leggera, serbando tutto solo negli occhi e nel cuore, sperando che i ricordi scorrano nel sangue ed escano quando li si richiama alla luce.
Le stelle stasera brillano così forte, che vorrei il mondo vicino, per sentire con me questo sentimento d’immenso, che si prova dopo un anno speciale.
Vicino, solo per ascoltare il silenzio e il ronzio dei pensieri, il volo dei sogni. Nessun racconto, nessun consiglio. Sentire la vita che pulsa, dal cielo alla terra, ed esserne grati.
Chiudo le valigie, così vuote, ma già così troppo piene.

martedì 8 gennaio 2013

Very Important SCE

Per completare la selezione di SCE che diventano famosi, ecco qui la mia ultima fatica in campo cinematografico.
Dopo un'ardua selezione sono stato scelto come il più "Italiano Vero" (mi hanno lasciato cantare) presente nel paese. Poi viste le mie passate esperienze in famosi videoclip quali "Un salto in Romania" o "Trei gusti is megl che one" o ancora la partecipazione nel documentario internazionale "Aproape de tine" il ruolo non poteva che essere mio.

Quindi eccomi qui, a fare l'italiano in viaggio per la Moldova, a cercare una nonnina che suona il tamburo, a vivere e vedere un po' tutto quel che di tipico c'è in questo paese. Senza scherzare, in 4 minuti si condensa molta di quella che è la Moldova e di quello che è viverla.

Loro poi sono gli Zdob si Zdub, un gruppo folk rock famosissimo qui in Moldova e in generale nell'Europa dell'Est.

Quindi vi invito a scoprire loro e un pezzettino di Moldova in viaggio con quel cane di attore che è Marco Polo. Buona visione!


lunedì 10 dicembre 2012

C'era una volta...


C’era una volta una casetta chiamata “Centro Maternale In Braccio alla Mamma”. 


In questa casetta vivevano otto bambini con le loro mamme. Tutto il giorno si giocava, si mangiava qualcosa di gustoso, ci si visitava a vicenda, si condividevano i giocattoli, e tutti erano molto felici.
Ma un giorno qualcosa cambiò, tutto era diverso.
Alexandra e Anişoara chiamavano le loro mamme, ma queste non rispondevano. Damian e Anamaria volevano dare un bacio alle loro mamme, ma queste avevano un odore insolito. Vlada sorrideva, ma non si sa perché, la mamma era arrabbiata. Olguța aveva fame, ma la sua mamma si era dimenticata di darle da mangiare. Vladuța era abituata al canto della mamma, ma quel giorno non aveva ancora cantato. Jasmina era al suo primo giorno nella casetta e non poteva giocare con nessuno perchè non conosceva gli altri bambini.
Fuori c'era un gelo terribile, il paesaggio era completamente innevato, batteva il vento, e da lontano si sentiva l’ululato di un lupo. Questo, però, non era lupo normale, aveva la capacità di sentire da lontano che nella casetta stavano succedendo cose strane. Lui, infatti, aveva un udito molto fino e aveva sentito che al Centro Maternale i bambini piangevano e non si sentivano bene.


Si era avvicinato pian pianino alla finestra e aveva ascoltato tutto ciò che stava accadendo nella casetta. Vedendo questa ingiustizia, la rabbia dei bambini, il lupo si arrabbiò e decise di fare una magia che potesse essere da insegnamento alle mamme.

"Ti vedo, ti sento, il tuo pianto è un tormento. Chi ai bambini cura non sa dare, si trasformi in animale".

Fulminò e tuonò, e le mamme sparirono dal Centro Maternale. In quel momento nella casetta apparve una ragazza bella, tenera e attenta che si chiamava Alba-ca-Zapada. Siccome i bambini erano rimasti da soli senza le loro mamme, avevano deciso di costruire un loro mondo, dove erano protetti da Alba-ca-Zapada.  I bambini stavano bene, però sentivano la mancanza delle loro mamme.


Dopo la magia del lupo, improvvisamente, le mamme si ritrovarono in un luogo sconosciuto senza i loro bambini. Ma questo non era l'unico problema. Si guardarono l'un l'altra e, sorprese, scoprirono di non essere più persone umane. Si erano trasformate in animali: orso, tigre, coniglio, pinguino, canguro ed elefante.

Tutte si chiedevano: "Dove siamo finite? Dove sono i bambini? Perché siamo così?"
Ed ecco, passare da quelle parti una volpe che, con un sorriso malizioso, disse: "Oh, voi siete le mamme a cui il lupo ha fatto un incantesimo? Siete nel bosco, care mie, e se volete tornare dai vostri bambini, dovete per prima cosa trovare il lupo”.

Le mamme erano disperate perchè non sapevano cosa fare, dove trovare il lupo e come convincerlo a togliere la magia. Iniziarono così a litigare perché avevano idee diverse. Volevano trovare la strada di casa ognuna per conto proprio, ma poi capirono che solamente insieme avrebbero potuto trovare il lupo.
Fecero un piano e il giorno dopo si organizzarono di conseguenza.
In mezzo al bosco c’era una radura dove sorgeva una casa circondata da erbe medicinali. Dopo averla vista, il canguro si avvicinò, bussò alla porta e corse via velocemente. Il coniglio cercò di attirare il lupo con una carota, perché tutti erano a conoscenza del suo amore per le carote. Il lupo uscì e seguì inebriato l’odore della carota. L’elefante stava nascosto, ma appena sentì il rumore dei topolini, si spaventò e iniziò a correre. A causa del rumore dei passi e del panico generato dall’elefante, il lupo iniziò a correre senza rendersi conto che le mamme-animali avevano predisposto una trappola, che era stata preparata da tempo dall’orso. Egli, infatti, aveva fatto un buco e l’aveva ricoperto con dei rami. Quando il lupo cadde nella fossa, la tigre lo prese e il pinguino che era di ritorno dal fiume, lo legò con il filo da pesca. 

Gli si misero di fronte e gli chiesero: "Perché ci hai trasformato e dove i nostri figli? Ci mancano e siamo molto preoccupate per loro".
"Ero vicino al Centro Maternale e ho sentito che i bambini piangevano e voi non eravate vicino. Ho pensato che non volevate prendervi cura dei vostri bambini. Dove eravate?", disse il lupo.
"Ogni tanto abbiamo delle mancanze, perché a volte siamo stanche o non sappiamo come gestire alcune situazioni”, risposero le mamme.
"Lo so che non è facile essere una mamma. Ma voi potete, avete tutte le capacità, amate i vostri bambini e, qui, avete anche delle persone che vi possono aiutare e dalle quali potete imparare.
"E, quindi, adesso cosa possiamo fare?"
"Ho visto che vi potete organizzare, potete discutere, potete lottare per i vostri bambini e per il vostro benessere. Mi avete trovato: adesso vi mostrerò la strada per casa."
Tutti gli animali, compreso il lupo, si misero in cammino e ritornarono al Centro Maternale. 
Le mamme erano molto felici, ma non sapevano come avvicinarsi ai loro bambini, perché erano ancora animali. Allora il lupo disse: "Per togliere l’incantesimo, è necessario che vi stringiate in un abbraccio."
Gli animali fecero un cerchio, si abbracciarono ed improvvisamente tutto il  centro si illuminò, si sentì una dolce melodia  e tutti gli animali ritornarono ad essere umani.
Le mamme presero i loro bambini in braccio, li baciarono perché avevano sentito molto la loro mancanza. I bambini erano felici che le loro mamme erano ritornate alla casetta.
Ma il lupo era molto triste, non si sa perché. Alba-ca-Zapada rivelò a tutti che anche il lupo era stato stregato. E così decise di rompere l'incantesimo. Con un tocco di bacchetta magica, il lupo si trasformò in ..... 

….un uomo buono che si prende cura della salute dei bambini e delle madri al Centro Maternale.

Ora i bambini sono tra le braccia delle loro mamme e…. 
…vissero per sempre felici e contenti.
     

"Racconto invernale" ideato dalle mamme del Centro Maternale

giovedì 6 dicembre 2012

Shakireggiando: il video tanto atteso è arrivato!


Nataleee!!!!!


Anche qui la Navidad è il periodo più festeggiato e atteso dell'anno.
Già ad ottobre arrivano le prime insegne e i primi messaggi pubblicitari e dall'aula di Multi del Guis (la classe dei bimbi con disabilità fisica severa) rieccheggiano incessantemente musichette navideñe, che ritrovo con stupore la sera al supermercato, mentre tento di farmi strada tra panettoni, festoni natalizi e ceste regalo.


Col primo di novembre scattano i grandi preparativi.
Managua si trasforma in una specie di Las Vegas adornando strade e rotonde con luci di tutti i colori dell'arcobaleno e oltre - spero non vogliate l'albero di Natale, al massimo qui possiamo offrirvi qualche palma! - e al Guis è gara tra alunni e prof (soprattutto!) a chi addobba la classe in maniera più ricca e originale... la classifica ufficiale deve ancora uscire, ma io al primo posto metterei la decorazione del Salón de Apoyo Pedagogico: un gran ramo spoglio piantato in un vaso a mo' di albero, tutto ricoperto di candido cotone con tanto di palline rosse-oro... et voualà, anche noi abbiamo la neve!


La competizione però va ben oltre e riguarda questioni sostanziali: nientepopodimeno che...
la FIESTA DE FIN DE AÑO!
Eh sì, perchè il 23 novembre è l'ultimo giorno di scuola e tradizione vuole che si chiuda l'anno in bellezza con un appuntamento in maschera per alunni e genitori in cui salutarsi e scambiarsi gli auguri.

Così, i giorni precedenti al grande evento, ogni classe ha inventato  e messo a punto un numero da presentare il 23: chi i 3 cerditos (3 porcellini) navideños, chi la vecchia fattoria (ovviamente in spagnolo... la finca de tio Tobía!), poi balli, canti, chi più ne ha più ne metta... e noi volontarie italiane, senza arte nè parte, ci mettiamo un bel numero a sorpresa.


Certo, forse tutti si aspettavano un'atmosfera natalizia strappalacrime... e invece, Signori e Signore, ecco a voi: SHAKIRA(S)!!!!





Buone risate...




...e Feliz Navidad a tutti!


lunedì 26 novembre 2012

Accanto a te

Un bel documentario che racconta i progetti di Diaconia ad Orhei in Moldova. Niente da aggiungere, se non buona visione!

giovedì 22 novembre 2012

Domnul sef


Quando ti prepari per andare in missione (n.d.r. “svolgere un compito particolare fuori dalla sede abituale di lavoro”, nel nostro caso in Moldova) sei concentrato sugli obiettivi, le persone da incontrare, i progetti da conoscere o da valutare.
Se poi la meta da raggiungere è abituale, non ti preoccupi troppo del contenuto della valigia. Sai che gli amici ti accoglieranno come in famiglia e non incontrerai ombre di cui aver paura.



Punti la sveglia alle 4.30, il decollo a Malpensa è previsto alle 8. Affronti la fatica con serenità, perché hai la certezza che alla fine della giornata varcherai senza incertezze la soglia di casa.
Ad avere un po’ più di tempo, avrei corredato il post di una musica strappalacrime ma si sa, “noi abbiamo gli orologi…sono gli africani che hanno il tempo”.

Anche M&M&M, nonostante quintali di formazione interculturale, non hanno avuto il tempo…di pagare la bolletta della luce!!!!!!!

E così da un paio di giorni mi tocca condividere con il collega (altro M, un incubo!), in una romantica atmosfera, gli spazi vitali (ma proprio TUTTI) che una casa può offrire.
Per rimediare al nefasto scarto culturale, M cerca di rimediare colorandosi di nero e colorando M che stoicamente non oppone resistenza.


Decidiamo di immergerci nella cultura moldava e accogliamo con piacere la proposta di una cena in un locale non propriamente turistico. La città riserva sempre sorprese e così, mentre ci incamminiamo verso la ridente trattoria “Più sotto del bagno” (c’è poco da ridere…), rimaniamo colpiti da almeno un paio di stranezze.

La prima

La seconda merita il lancio di un nuovo concorso (scrivere le ipotesi nei commenti al post): 
cosa rappresenta questo cartello stradale?




La serata scorre piacevolmente…in particolare per M e M a turno vengono abbordati da un cortese quanto brillo signore che, ebbro di felicità, ci dona una caraffa di vino della casa!
Si torna a casa e ci si prepara all’evento della settimana:  tutto l’ufficio è fibrillazione per la conferenza che racconterà pubblicamente gli esiti di anni di un processo di lavoro promosso dalla chiesa locale e condiviso con generazioni di SCE.
Un manifesto pubblicitario ci ricorda che qui la strada da percorrere è ancora lunga…

Verso l'Europa: verso un futuro decente
Ore 7, suona la sveglia! Abbiamo messo in valigia il vestito della festa e finalmente, ora che la luce è tornata, possiamo guardarci allo specchio per farci belli.


La sala è gremita, gli studenti dell’Università che ci ospita, gli operatori sociali e le autorità ascoltano con attenzione i relatori. M termina il suo intervento tra gli applausi, gli amici di Diaconia sono contenti! 


Ora però pubblico il post che stasera si festeggia!


p.s. Dimenticavo. Questa volta mi porto a casa una  gratificazione grande almeno quanto il risotto alla salsiccia e il tiramisù cucinati da M. Il mitico signor Jacob, uomo tuttofare nonché “agente immobiliare nostrano”, interpellato per l’emergenza buio, entra in casa Caritas, mi riconosce (!?!), interrompe il vano tentativo di aggirare l’embargo dell’ENEL locale (collegando un numero imprecisato di prolunghe) e mi saluta dicendo: “Buna ziua domnul sef!"(buona sera signor capo!.
Questo si che è sentirsi a casa!

lunedì 19 novembre 2012

La comparsa

Tra le forme d'arte che il mio mondo mi ha regalato, quella cinematografica è forse la più vicina a me per la sua completezza, il suo impatto sensoriale, la sua immediatezza ricercata. Mi piace osservare i visi degli attori, le loro espressioni, la loro finta verità.

Più di tutto, in ogni genere di film, sin da bambina, il mio interesse veniva catturato dai luoghi in cui l'azione si sviluppava e da quel numero infinito di persone che li popolavano: la stazione centrale di New York, le spiagge di una costa francese, i mercati rionali italiani, e tutti quegli omini indaffarati sullo sfondo che pensano solo a correre per andare a lavoro, prendere il sole o tuffarsi in acqua, fare la spesa; il tutto mentre gli attori protagonisti si impegnano a portare avanti la trama.

Mi domandavo se fossero stati filmati a loro insaputa mentre si trovavano lì, troppo immersi nelle loro attività quotidiane per accorgersi di una cinepresa.

E adesso mi trovo qui, e ho l'impressione di essere una di loro. Una di quelle comparse.

Tra stage, formazione, rientri per/dall'Italia (previsti e non), sono stata catapultata in un film in cui non avevo scelto di avere una parte, in un Congo che non era il mio.

Nel mio Congo la terra è rossa, il caldo è esagerato, il fiume è segnato dai percorsi delle piroghe, i visi pallidi sono pochi.


Nell'altro Congo polvere e paesaggio sono nerissimi, così come le strade attraversate da antenati della bicicletta in legno, da minibus che traboccano di gente, da camion carichi di ogni che, da fuoristrada sensazionali con il logo di una delle troppe ONG che hanno sede a Goma. Alle baracche (che poco hanno a che vedere con la fierezza e la dignità delle povere abitazioni kindulesi) si alternano simil-castelli avvolti nel filo spinato. Troppi dispongono di armi. Siano essi Caschi blu, siano essi centinaia di militari dell'esercito sparsi per la città, siano essi chi, non ci è dato sapere. Ci sono camioncini blindati, carri armati carichi di soldati UN tanto contenti dei loro stipendi, quanto ignari della ragione della loro presenza lì.

Ho avuto un impatto forte con l'altro Congo. Laddove anche passeggiare diventa un'attività pericolosa, ho avvertito una difficoltà estrema a conoscere e far mie le strade: se non lascio le mie impronte, come faccio a ritrovare il mio cammino?

Goma è una città in cui l'odore della guerra incombente è così forte che quasi non si riesce a respirare.

Eppure non mi ha lasciato un gusto amaro. Mi ha concesso il tempo di assaporare lentamente le sue rivelazioni.

Di giorno osservo questi congolesi di frontiera, che come delle formichine invadono e popolano Goma e la abbandonano di notte alla volta della più sicura e vicina Gyseni. E quelli che, invece, fanno il percorso opposto, per andare ad acquistare merce ruandese per poi rivenderla in Congo. Ma sono dei veri Congolesi? O è più corretto definirli Ruandesi? Certo il loro passaporto potrebbe darmi una risposta. Ma no. Questi popoli apparentemente nemici, appartengono alle loro terre e alla loro gente. E solo una stupida logica politica, intrisa di storia mal raccontata e di retaggio coloniale, può dare un senso plausibile a questi quesiti.

Di sera, invece, il coprifuoco costringe alla ritirata a casa e mi ridona il senso del buio, della notte, del calore domestico.

E piano piano scopro un sapore dell'altro Congo non cattivo, semplicemente diverso. Un po' come il sombe: chi arriva a Kindu dice che il suo sapore è diverso, più selvaggio. Le foglie di manioca sono le stesse, l'aspetto è identico, eppure..

L'aria cambia. E così la scenografia.

Con un aeroplanino UN sorvolo kilometri di terra inaccessibile e disabitata, rientro nella mia incantevole quanto isolata Kindu, abbracciata dal suo fiume e da una foresta equatoriale che tutto donano ai loro abitanti. Li ritrovo tutti lì, sempre in movimento nella loro immobilità forzata, e apprezzo la loro unicità culturale, affettiva e spirituale.

Sono in un altro film?

Forse sì.

Io sono ancora una comparsa. Che passa meno inosservata per via della sua pelle bianca (che poi tanto bianca non è).

Senza di me il film era cominciato. E così va avanti. Ma che occasione incredibile avere una particina in questa opera d'arte.



Chiara

venerdì 16 novembre 2012

Vita da SCE

Kindu, R.D. Congo [Foto di Magda]


Ido che lavora, abbarbicato sull’antenna



Donne che decorticano il riso
proveniente dai campi, rive droite


Giordania [Foto di Dario]
 
 

 



Nicaragua [Foto di Emilia]
 
Moise - el juego
 
La famiglia Brambilla
 
 
Nicaragua [Foto di Beatrice]
 
Piscina versione Guis

mercoledì 7 novembre 2012

Pronto soccorso nica e altre saggezze popolari

 
 

 
 
Aiuto aiuto, mi ha punto uno scorpione! Non preoccuparti, tutto se ne andrà con acqua, zucchero e succo di limone!



E se lo sguardo di fuoco di un borracho incontra il corpicino indifeso di un bebè?

In questo caso calentura assicurata, ma il rimedio sempre c'è: lo stesso ubriacone, o un suo collega non importa, dev'essere dal bimbo ricondotto, sputargli saliva e guaro su po' sopra un po' sotto, con la maglietta sudata avvolgerlo tutto e dopo una bella squassatina se ne scapperà via il male brutto! Se poi questo non dovesse funzionare, una seconda possibilità rimane, molto banale: si sà che le donne incinte sono un gran toccasana e infatti, succhiando un po' di latte da una primipara - che ovviamente di latte ancora non ne ha! - il suddetto bimbo in forza tornerà!

 
 

 
 
A mio chiedere perché nel mio paese questo non accade, giustamente mi fanno notare che non c'è tanto sole né così tanti borrachos per le strade... qui però, mi assicurano, a tutti i bimbi almeno una volta succede: è normale, quasi obbligatorio, e per evitare che di nuovo succederà la nipotina di Doña Chayo indossa fiera dall'alto dei suoi sei mesi un bracciale-amuleto macho y hembra che dal mal de ojo la proteggerà.

Quando la calentura non da un borracho proviene ma da forte sol che ti regala sempre ben più di una bruciatura, allora il rimedio è differente e chiama in causa il potere delle piante: con un bel bagno di ruta e guaro (che dire, l'alcool, sarà banale, ma rimane sempre l'elemento essenziale!) il povero malcapitato suda suda suderà e presto nuovo si sentirà!

 


 
Sempre a proposito di piante, ve ne conto una bella: che ogni donna sia pericolosa, questo lo si dice senza posa. Quando poi ci troviamo nel nostro periodo mestruale, per mantenere la buona sorte evitare il contatto diventa una questione di vita o di morte!

I veri campesini nica questo lo sanno bene, e ad ogni donna, nei suddetti giorni, proibiranno di passeggiare nei dintorni... le spiegazione scientifica è che con tutto quel “calore” il raccolto immediatamente si guasterebbe come neve al sole!

 
 


Tutto questo lo imparai nelle varie occasioni in cui con la gente di qui mi ritrovai: quindi un grazie speciale a Jasmina, Chilo e a tutta l'equipe del Guis, che all'ora di mangiare sempre un sacco di bambanate suelen raccontare; a Chayo la cuciniera e alle sue tre generazioni di mujeres, che nella loro casa mi hanno accolto mostrandomi la veridicità di ogni racconto; a Don Juan custode della finca, i cui saperi mi sono arrivati tramite Marta e Eli, la dueña della Quinta...



E se il tuo ospite ti mette la scopa para atrás?!?

Finora - gracias a Diós! - non mi successo, se e quando capiterà, buon tema per un altro post questo sarà...
 
 
 

mercoledì 24 ottobre 2012

La fuga dei disperati

Intervista dell'agenzia SIR a Dario, poco noto (sigh;)) ai lettori di questo blog, volontario del servizio civile Caritas in Giordania.
 
 
In Siria la situazione umanitaria si fa di ora in ora sempre più grave e da alcuni giorni, informa Caritas italiana, si sono persi i contatti con la Caritas locale, non raggiungibile né con il telefono né per e-mail. Mons. Antoine Audo, presidente di Caritas Siria, nell’ultimo messaggio inviato scrive: “Il mio posto è ora vicino ai miei fedeli, che non posso e non voglio assolutamente abbandonare”. La Giordania è il Paese con il più alto numero di profughi dalla Siria, in drammatico aumento nelle ultime settimane: dall’inizio della crisi, lo scorso anno, sono oltre 160 mila. Prima ne arrivavano 500 al giorno, ora 3-4 mila. La scorsa settimana circa 30 mila persone hanno abbandonato la Siria verso i Paesi limitrofi. Per rispondere all’emergenza il governo giordano ha allestito due settimane fa il campo profughi di Zata’ari, a 60 chilometri da Amman, che ospita attualmente 20 mila siriani. Il campo, gestito dall’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), ma presidiato dalle forze dell’ordine giordane, è sovraffollato, manca l’energia elettrica e di recente vi sono stati anche dei tafferugli. Conoscono bene la situazione due giovani di Caritas Ambrosiana – Dario Zanardi e Cristina Pianca – che da sei mesi svolgono il servizio civile a supporto di Caritas Giordania. Vivono ad Amman e tre giorni a settimana lavorano in centro, in una parrocchia di Mafraq, al confine con la Siria. Qui Caritas Giordania ha censito 25 mila rifugiati. Caritas italiana auspica oggi “una crescente solidarietà” e chiede alla comunità internazionale di “compiere con responsabilità tutti gli sforzi per porre fine alle violenze”. Dall’inizio dell’emergenza profughi è stato messo a disposizione un primo contributo destinato alle famiglie, ma solo in Siria occorrono già altri 170 mila euro per estendere l’intervento in atto. Patrizia Caiffa, per il Sir, ha intervistato in Giordania Dario Zanardi.

Come arrivano i profughi siriani in Giordania?

“Fuggono da Homs, da Damasco, da Aleppo. Arrivano in auto ma passano il confine di notte, a piedi, camminando tre/quattro ore nel deserto. Il flusso maggiore è in Giordania perché la Turchia ha chiuso le frontiere, mentre la situazione libanese è complessa. Il governo giordano ha la volontà di aiutare i profughi, ma al confine ogni notte si verificano ‘scaramucce’ di frontiera, perché l’esercito siriano spara sui profughi in fuga mentre i militari giordani rispondono con fuoco di copertura”.

A Mafraq in che condizioni vivono?

“Vivono in box, garage, negozi, uffici, pagano un affitto di 100-150 dinari al mese. Alcuni sono ospitati, a pagamento, dai parenti. Sono abitazioni di fortuna di una, massimo due stanze. Arrivano senza nulla e le condizioni abitative sono pessime. Dormono su coperte stese in terra per cercare d’isolarsi dal freddo. Alcuni hanno ricevuto un aiuto economico dalle agenzie delle Nazioni Unite per alcuni mesi”.
 

Quali agenzie umanitarie sono presenti? Che tipo di assistenza forniscono?

“Oltre all’Unhcr operano Caritas Giordania e due organizzazioni islamiche. Vi sono due registrazioni parallele: quella dell’Unhcr, che garantisce ai profughi di entrare nella procedura per la richiesta di asilo politico, ma molti non si registrano perché hanno paura di essere identificati per timore di ritorsioni. E quella di Caritas Giordania, che ha conquistato molta fiducia sul campo. Tra le due realtà c’è collaborazione. In questo modo Caritas Giordania sa dove si trovano i profughi, come sono composte le famiglie, se ci sono persone malate o bambini e neonati. Vengono avvertiti telefonicamente in occasione delle distribuzioni di generi alimentari, beni per l’igiene personale, coperte e piccoli elettrodomestici come fornelli e ventilatori. Le famiglie sono quasi tutte musulmane, con bambini in età scolare e neonati che hanno bisogno di latte in polvere e pannolini”.
 
Cosa fate per i bambini?
 
“I bambini dovrebbero essere inseriti nelle scuole statali, ma è ancora in discussione, al Parlamento giordano, un progetto di legge in materia. Perciò, nel frattempo, tra alcuni giorni avvieremo un progetto educativo, in collaborazione con Caritas Polonia, rivolto a 150 bambini dai 5 ai 13 anni, con insegnanti locali. Una sorta di doposcuola con l’insegnamento delle principali materie, per non perdere l’anno scolastico. Per fortuna il dialetto giordano e quello siriano sono affini e non ci sono grossi problemi di comprensione reciproca”.

Com’è la situazione sanitaria?

“È grave. Arrivano molte persone ferite da armi da fuoco, tutti soffrono di malattie post traumatiche legate allo stress, come asma, ansia, pressione alta. Hanno problemi alla vista, diabete, alcuni hanno bisogno di dialisi. Ho visto la radiografia del cranio di un bambino con un proiettile in testa. Fortunatamente si è salvato. Nel campo di Zata’ari ci sono già tre ospedali gestiti da Francia, Marocco ed Emirati Arabi. Anche l’Italia ha allestito da poco, nei dintorni di Mafraq, un ospedale, con personale sanitario e della Protezione civile. Caritas Ambrosiana ha invece avviato una campagna di raccolta fondi per l’acquisto di un’ambulanza per l’assistenza dei profughi al confine”.
 

Pare che il campo di Zata’ari sia sovraffollato e a rischio collasso…
 
“Sono stato una volta, c’erano 6 mila persone. Ora si parla di 16-20 mila persone. All’inizio ci sono stati molti episodi negativi, le condizioni non erano buone, mancava l’acqua, il cibo. Il governo giordano si è trovato a dover reagire all’emergenza dovuta dall’aumento enorme dei flussi. È ovvio che tutte le risorse sono ancora destinate alla prima assistenza, ma pian piano la situazione sta migliorando. Ci preoccupano maggiormente le condizioni dei bambini, che sono le prime vittime dei cicloni di sabbia del deserto, con problemi respiratori e alla vista”.

Quali storie raccontano i profughi?
 
“Quando si parla con i profughi non si entra nelle questioni politiche, anche perché la situazione da qui non è ben chiara, non si capisce cosa stia realmente accadendo in Siria. In Occidente, invece, la lettura della situazione è univoca. I profughi fuggono da città deserte, devastate da bombardamenti e combattimenti, nelle quali non è più possibile vivere. Alcuni si rifugiano nei villaggi interni, altri passano il confine giordano per disperazione. È difficile capire da chi sia composto l’esercito ribelle – si parla anche di terroristi legati ad Al Qaeda – e che ruolo abbia veramente Assad. Non è chiaro chi provochi le stragi e cosa ci sia dietro. I profughi sono tutti contro Assad, ma i siriani che vivono ad Amman, e hanno ancora le famiglie in Siria, appoggiano il regime”.

giovedì 18 ottobre 2012

Tragica scomparsa

Daniele Ghillani, 22 anni,  volontario in servizio civile all'estero in Brasile, inserito in un progetto promosso dalla Caritas Diocesana di Parma, è morto vittima di un tragico incidente.

Caritas Ambrosiana esprime vicinanza alla famiglia e assicura un ricordo nella preghiera.

domenica 14 ottobre 2012

In ospetie a Tiraspol


Che se diciamo ad Ana Maria che andiamo a Tiraspol, poi ci andiamo davvero! (cit. Alè)

Il microbus per Tiraspol è scritto in cirillico e il film che danno sullo schermo è in russo. Alla frontiera c’è coda, ma bastano 5 lei nel passaporto per fare in fretta. Il passaporto perché ufficialmente Tiraspol è in Moldova, ma di fatto c’è una dogana e bisogna compilare un modulo: abbiamo a disposizione 24 ore per ritornare. Al di là della frontiera le strade mi sembrano migliori, ma in generale tutto è molto curato, ordinato e bello. Compaiono le utilitarie pressochè assenti in Moldova, già in Moldova, perché qui non mi sembra Moldova: se parliamo rumeno sembriamo stranieri, c’è un’altra moneta e i soldi che arrivano dalla Russia si vedono.

Alla fermata del microbus ci aspetta Ana Maria in tacchi e vestito elegante perché qui si distinguono i giorni normali da quelli speciali e oggi è speciale: arrivano gli “italieni”. D’ora in poi noi siamo in ospetie, siamo ospiti e perciò: a tavola! Sono le 5 e andiamo a mangiare: piatto di stagione, peperoni ripieni. È lo stesso ripieno del cibo tipico delle feste, le sarmale. Il bicchiere di vino è piccolino, ma sempre pieno.

Nistru, fiume che divide la Moldova, da cui Trans-nistria

Facciamo un salto a vedere Tiraspol by night: ponte illuminato e barche con musica. Facciamo un trenut in onore dei Cantieri passati insieme. Tornati a casa si mangia – e si beve - ancora un po’ e dopo Tom e Jerry in russo: spaconi noci, buona notte!

Il 9 settembre è la giornata dei tankisti: nella piazza principale, sotto un carro armato, ci saranno una settantina di persone, noi comprese, tra cui un anziano con più medaglie che anni. Durante l’arringa di un soldato, i veterani ridono, è una bella giornata, tutto mi appare normale e bello, come i fiori freschi sulle tombe degli eroi: “i vostri nomi potranno essere sconosciuti, ma le vostre gesta sono immortali”. Penso che si ricorda una guerra europea combattuta quando io ero nata. Avevo 6 anni e tutti i giorni passavano alla tele notizie sulla Bosnia: non capivo molto, ma mi ricordo bene. Della guerra in Transnistria, invece, non ricordo nulla, non si sa nulla.



Davanti al parlamento sta Lenin di guardia. Dopo tre anni i genitori di Ana hanno la cittadinanza transnistriana e possono votare; Ana invece aspetta per il suo primo voto le prossime elezioni in Moldova, cioè nella Moldova al di là del Nistru, quella dove la falce e il martello dal primo ottobre sono illegali, non quella con l’unica bandiera al mondo che ancora mantiene i simboli comunisti.

Proseguiamo la visita della capitale di questo stato-fantasma non riconosciuto da nessuno. L’eroe nazionale, come l’eroe moldavo Stefan cel mare, ha combattuto contro i Turchi. La storia racconta che erano pochi contro molti, ma l’astuzia li fece sembrare molti, così i Turchi se ne andarono senza combattere e la Transnistria fu salva. A scuola qui si impara la storia universale sempre in parallelo con quanto è accaduto in questo piccolo fazzoletto di terra di 3500 metri quadrati, ma il libro è scritto da un professore molto parziale, così ci spiega Ana Maria che studia all’unico liceo rumeno della Transnistria.



Per pranzo pesce in salamoia e melanzane ripiene di aglio (spicchi interi grattugiati da me medesima come si grattuggia il formaggio), si beve vino. Si guardano video, si leggono articoli e ci si prepara: alle 5 dobbiamo essere alla frontiera. Non possiamo andarcene senza portare con noi un barattolone di verdure in salamoia e una bottiglia di vino fatto a casa: siamo in ospetie.

Ps Concluse le valutazioni cantieristiche siamo proiettati ai CdS 2013: lo studio di fattibilità assicura che se sai come si traduce “Copii facem cercul, bambini facciamo un cerchio”, tutto filerà liscio: per il prossimo cantiere basta sapere “dijei cruc” e poi tutti a Tiraspol, da Ana Maria!