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lunedì 19 novembre 2012

La comparsa

Tra le forme d'arte che il mio mondo mi ha regalato, quella cinematografica è forse la più vicina a me per la sua completezza, il suo impatto sensoriale, la sua immediatezza ricercata. Mi piace osservare i visi degli attori, le loro espressioni, la loro finta verità.

Più di tutto, in ogni genere di film, sin da bambina, il mio interesse veniva catturato dai luoghi in cui l'azione si sviluppava e da quel numero infinito di persone che li popolavano: la stazione centrale di New York, le spiagge di una costa francese, i mercati rionali italiani, e tutti quegli omini indaffarati sullo sfondo che pensano solo a correre per andare a lavoro, prendere il sole o tuffarsi in acqua, fare la spesa; il tutto mentre gli attori protagonisti si impegnano a portare avanti la trama.

Mi domandavo se fossero stati filmati a loro insaputa mentre si trovavano lì, troppo immersi nelle loro attività quotidiane per accorgersi di una cinepresa.

E adesso mi trovo qui, e ho l'impressione di essere una di loro. Una di quelle comparse.

Tra stage, formazione, rientri per/dall'Italia (previsti e non), sono stata catapultata in un film in cui non avevo scelto di avere una parte, in un Congo che non era il mio.

Nel mio Congo la terra è rossa, il caldo è esagerato, il fiume è segnato dai percorsi delle piroghe, i visi pallidi sono pochi.


Nell'altro Congo polvere e paesaggio sono nerissimi, così come le strade attraversate da antenati della bicicletta in legno, da minibus che traboccano di gente, da camion carichi di ogni che, da fuoristrada sensazionali con il logo di una delle troppe ONG che hanno sede a Goma. Alle baracche (che poco hanno a che vedere con la fierezza e la dignità delle povere abitazioni kindulesi) si alternano simil-castelli avvolti nel filo spinato. Troppi dispongono di armi. Siano essi Caschi blu, siano essi centinaia di militari dell'esercito sparsi per la città, siano essi chi, non ci è dato sapere. Ci sono camioncini blindati, carri armati carichi di soldati UN tanto contenti dei loro stipendi, quanto ignari della ragione della loro presenza lì.

Ho avuto un impatto forte con l'altro Congo. Laddove anche passeggiare diventa un'attività pericolosa, ho avvertito una difficoltà estrema a conoscere e far mie le strade: se non lascio le mie impronte, come faccio a ritrovare il mio cammino?

Goma è una città in cui l'odore della guerra incombente è così forte che quasi non si riesce a respirare.

Eppure non mi ha lasciato un gusto amaro. Mi ha concesso il tempo di assaporare lentamente le sue rivelazioni.

Di giorno osservo questi congolesi di frontiera, che come delle formichine invadono e popolano Goma e la abbandonano di notte alla volta della più sicura e vicina Gyseni. E quelli che, invece, fanno il percorso opposto, per andare ad acquistare merce ruandese per poi rivenderla in Congo. Ma sono dei veri Congolesi? O è più corretto definirli Ruandesi? Certo il loro passaporto potrebbe darmi una risposta. Ma no. Questi popoli apparentemente nemici, appartengono alle loro terre e alla loro gente. E solo una stupida logica politica, intrisa di storia mal raccontata e di retaggio coloniale, può dare un senso plausibile a questi quesiti.

Di sera, invece, il coprifuoco costringe alla ritirata a casa e mi ridona il senso del buio, della notte, del calore domestico.

E piano piano scopro un sapore dell'altro Congo non cattivo, semplicemente diverso. Un po' come il sombe: chi arriva a Kindu dice che il suo sapore è diverso, più selvaggio. Le foglie di manioca sono le stesse, l'aspetto è identico, eppure..

L'aria cambia. E così la scenografia.

Con un aeroplanino UN sorvolo kilometri di terra inaccessibile e disabitata, rientro nella mia incantevole quanto isolata Kindu, abbracciata dal suo fiume e da una foresta equatoriale che tutto donano ai loro abitanti. Li ritrovo tutti lì, sempre in movimento nella loro immobilità forzata, e apprezzo la loro unicità culturale, affettiva e spirituale.

Sono in un altro film?

Forse sì.

Io sono ancora una comparsa. Che passa meno inosservata per via della sua pelle bianca (che poi tanto bianca non è).

Senza di me il film era cominciato. E così va avanti. Ma che occasione incredibile avere una particina in questa opera d'arte.



Chiara

lunedì 17 settembre 2012

Radio Kindu: Hit parade SCE - Congo

Ormai vicinissima (secondi i tempi africani) all'apertura, Radio Kindu comincia a collezionare i tormentoni dell'estate 2012 da tutto il mondo. Grazie ai suoi inviati speciali nelle zone più calde del mondo (Bolivia, Congo, Giordania, Moldova, Nicaragua) è lieta di presentarvi la Hit parade SCE che a breve pomperà nelle casse di tutte le piroghe del fiume Congo.

Cominciamo giocando in casa: Chiara, Magda e Bea da Kindu ci inviano questa hit!

In piroga, in moto, in véhicule e a piedi. Dans les boites, al ristorante, al mercato e in spiaggia, ovunque puoi ascoltare Sawa Sawa lè. E se non sai ballare, non ti devi preoccupare: basta muovere il bacino imitando il tuo vicino!



venerdì 11 maggio 2012

Questo post è un post

ITALIANA MEDIA: <<Buono. Oggi il pesce ha un sapore eccezionale! Che pesce è?>>

KINDULESE MEDIO: <<Un pesce.>>

ITALIANA MEDIA: <<Wow. Quel fiore rosa è meraviglioso. Come si chiama?>>

KINDULESE MEDIO: <<Fiore rosa.>>

ITALIANA MEDIA: <<Ah, sai! Ieri ho mangiato dei buonissimi petits bignés. Che nome hanno in swahili?>>

KINDULESE MEDIO: <<Petits bignés.>>

Ogni giorno un sapore, un colore, una forma diversa.

E in effetti serve poi a molto classificarli?

Il sole di oggi non è mai uguale a quello di domani. Ed è sempre sole.

Le nuvole a forma di elefante, sono un momento dopo il volto di un uomo anziano. E sono sempre nuvole.

Ieri Chiara era terun, e oggi è una mzungu; ed è sempre Chiara.

Se badiamo meno al nome, forse godiamo di più della sorpresa che ogni nuovo giorno ci regala.

ITALIANA MEDIA-KINDULESE MEDIO 0-1

lunedì 16 aprile 2012

Una settimana intera

Sono arrivata. E’ difficile stabilire esattamente quando. Una vita fa, forse.
Il venerdì io e Magda ci guardiamo con aria perplessa. E’ di nuovo venerdì? Sembra di sì.
Cosa sarà mai successo in una semplice settimana di Marzo, in un posto così sperduto da essere il centro del mondo?

E’ un lunedì quando mi scopro inginocchiata e ricoperta dai rami di palma che Tchomba -il momento prima encadreur kindulese, quello dopo Tarzan- ha appena spezzato; sto cercando la sua penna smarrita in mezzo alla foresta, mentre un metro più in là si sfoggiano l’abilità infantile del taglio con il machete e la brillante emulazione di Magdusha. E’ lunedì quando per trovare rifugio da un temporale ci ritroviamo in una chiesa capanna con una mano al petto e intoniamo con ‘estrema convinzione’ l’inno di Mameli circondate da un pubblico di bambini in visibilio. E’ sempre un lunedì quando scopriamo una pianta che ci spara semi addosso come dei proiettili-la forza della natura kindulese, con la sua pacifica aggressività.

Di martedì incontriamo Mbweta e Barthelex, ed è come se ci conoscessero da sempre; entriamo nelle dimore di un commerciante di capre (alloggio anche dell’amico topo) e della più anziana donna congolese mai vista sinora a Kindu- ben cinquantatre anni di attività, dieci figli e la voglia di mettersi ancora in gioco. Non mangia pollo. Qui è un lusso. A proposito di polli, sempre di martedì scopriamo che l’équipe con cui lavoriamo è convinta che in Italia ne mangiamo due, di polli, al giorno ogni giorno. Martedì nasce anche la prima ChiaraMagda.


Il mercoledì andiamo lontano. Attraversiamo la foresta. E poi la savana. E poi ancora la foresta. Impariamo lo swahili, e scopriamo che tunapenda sana kizalikio. Siamo in moto. Grande stagno. Scendiamo. Attraversiamo le acque. Siamo nuovamente in moto. Ci fermiamo a mangiare en cours de route. E davanti a noi c’è un albero crollato che sembra la più sublime opera d’arte. Problemi alla prima, alla seconda, alla terza, alla quarta moto. Ci fermiamo. Quattro volte. Più o meno in mezzo alla savana. Ridiamo troppo. Siamo in moto. Strada interrotta da una parata militare. Ci fermiamo. Spettacolo senza pari. Vediamo il generale Tango Four (non ero neanche sicura esistesse tanto era oramai una leggenda; se vuoi sapere a chi appartiene il mondo, a Kindu, la risposta è sempre generale Tango Four). E’ un uomo tanto ricco quanto piccolo. I militari marciano. Sembra fatichino a rimaner seri. Una parodia. Le donne osannano euforiche i loro mariti/eroi, intonano canti e li ‘accecano’ lanciando in faccia tonnellate di borotalco (segno di vittoria, ci dicono.) Simulano un combattimento. Sparano. La gente urla, si nasconde. Spaventata e divertita. Ricorda i tempi della guerra, ma va bene. Sono fieri di avere un tale esercito che li difenda in caso di attacco. Grazie alle protuberanze degli alberi delle foreste e ai fantastici fuoristrada dei militari belgi e delle autorità, la terra diventa la nostra seconda pelle. Non siamo più mzungu (europee/bianche). Evviva. Una doccia, il nero va via e torna l’appetito. Hanno trovato un sinje e lo si mangia assieme. Non è un singe (scimmia), ma un parente obeso del porcospino.

E’ giovedì quando ci vestiamo en pagne, lo stesso pagne che indossano tutte le donne invitate alla nostra festa. Non reggiamo il confronto. Sembriamo più pallide del solito. Ma l’euforia della cittadina per questo nostro travestimento è alle stelle. Incontriamo un gruppo di esaltati che teneva stretto un uomo. Una confusione assordante. Le donne cercano di fermarli. Chiediamo cosa stia succedendo. Un gruppo di uomini aveva bloccato un pazzo accusandolo di stregoneria e, urlando qualcosa a noi incomprensibile, lo trascinava a forza. I muratori ancora a lavoro mentre gli altri fanno festa, approfittano della musica imperversante e improvvisano balli tra le impalcature. Era giovedì quando i nostri bellissimi colleghi ci hanno chiesto se fossimo mai state sulla luna.

Lista di candidati per il servizio civile in Congo. Ci sono. Poi non ci sono più. No. Perché? Avevo preparato tutto, ci credevo davvero. Forte Agitazione. Mi sveglio. Era un sogno? Realizzo che ci sono già, a Kindu. Sono felice. Sono ancora le 3h30 am, ma i miei vicini sono svegli come sempre. Spaccano la legna e fischiettano la solita semplice melodia che mi tiene tanta compagnia prima di addormentarmi. E’ già venerdì. Siamo a colazione con il professorino universitario che alloggia qui in procura. Ci fa una vera e propria lezione di storia del Maniema. E’ fantastico ascoltarlo date la nostra smisurata curiosità e la carenza di documenti in merito. Mentre in moto io e Bandal parliamo di questioni di vitale importanza (hai mai tagliato i capelli dalla nascita? ecc.), siamo costretti a rallentare. C’è una processione interminabile di persone. Tanto brusio. Cosa è mai successo? Hanno ucciso un uomo. Oh, no. Perché? Bandal ride. L’hanno sorpreso a rubare. Benissimo! Malissimo. I pareri in proposito sono troppo discordanti. Cerchiamo di spiegare il nostro punto di vista, ma sembra che su questo non si possa tanto discutere. Nel frattempo un insegnante di geografia dice ai suoi alunni che la capitale della Malesia è Singapore.

E’ sabato e ci troviamo in uno stanzino buio, pieno zeppo di gente. C’è un odore fortissimo. Risultato di troppi odori forti. Ci sono bambini sdraiati qui e là su tappeti di paglia. Lo chiamano hopital, ma in realtà di ospedale ha solo il nome e le due siringhe poggiate su una sporgenza tra il muro e la porta. Siamo qui per Tchombino (così da noi ribattezzato), il figlio del nostro caro amico. Sembra che le siringhe siano state utilizzate per fare una trasfusione. Pensiamo inizialmente sia un problema linguistico e che non abbiamo capito; e invece no. Hanno preso il sangue dal braccio del padre e lo hanno trasferito nella testa del bambino. Ci preoccupiamo, facciamo domande, ma il gruppo sanguigno, ma l’igiene, ma [..]. Questo è un paese in cui a volte le domande sono inutili; i forti e i fortunati ce la fanno. E Tchombino è fortissimo, come il suo papà.

La settimana volge al termine, è il giorno del riposo, è domenica. E ci aspettiamo sempre una nuova meraviglia. Siamo appiccicate ad una trentina di persone in piroga, tra i richiami sbraitanti degli altri piroghieri. Sguazziamo a piedi scalzi nel fango per chilometri, ci laviamo nel fiume per poi sprofondare di nuovo nel fango. Siamo con il naso all’insù sul retro di un pick-up sotto il cielo più bello che mai di Kindu, mentre masse di bimbi sbucano da ogni angolo della strada intonando un arrivederci che suona come un dolcissimo urlo da stadio (ohohoh!). Siamo lungo il meraviglioso fiume Congo ad una cena che sembra un summit internazionale mentre osserviamo piroghe stracariche di ogni che, tornare da infiniti giorni di viaggio dalle ‘vicine’ città. Sono a CASA sdraiata sul prato, Magdusha alla mia destra, Enrico alla mia sinistra. Il nostro maestoso e rassicurante albero di mango, alle nostre spalle, ci fa da guardia, come sempre. Siamo letteralmente circondati da stelle. E’ una notte magica a Kindu.
E se il lunedì mattina successivo comincia con il nostro Babbo Natale belga che ci porta in dono papaie e biscotti, un’altra settimana si prospetta sucrée e breve, quasi infinita :)

Chiara

venerdì 10 febbraio 2012

A Chiara piace


A Chiara piace:

- lavare i piatti;
- camminare senza meta;
- la filosofia: ‘portami sulle tue spalle oggi; io ti porterò sulle mie domani’ (vd. foto sotto);
- dormire alla luce del sole.

A Chiara piace moltissimo:

- il gelato;
- sfogliare album di foto;
- prendere il treno;
- leggere lo stesso libro due volte.

A Chiara non piace:

- il caffè;
- il sabato;
- cucinare per sé;
- scrivere di sé in 45 minuti.

Ho 25 anni, sono una Messinese trapiantata prima a Milano e poi un po’ ovunque e da nessuna parte.
Parto per un anno di servizio civile a Kindu, RDC insieme alla bella Magda che ho iniziato a conoscere (sarà divertentissimo osservare la sua incredibile espressività da fumetto).
Pare che il viaggio per raggiungere questa città congolese- che ha lo spirito di un villaggio – sarà lunghissimo.  E sono pressoché certa che nella lista del mi piace moltissimo aggiungerò la voce ‘andare a Kindu, prendendo un aereo per Amsterdam, un altro aereo per Kigali, per poi raggiungere Goma sulle quattro ruote, passarci la notte e saltare su un ultimo mini aereo verso la mia futura casa’.