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mercoledì 5 dicembre 2012

…Un Arcobaleno nel Fango…



Questa città è piena di spazzatura dappertutto: sui bordi delle strade, nel mare, nei fiumi…una spazzatura che si mischia e che prende tutta un solo colore: il grigio. La città ne è ricoperta e, di conseguenza, riflette il grigio che la riempie.

Questa città sfoggia anche un paesaggio meraviglioso: il mare davanti, le colline alle spalle e la Tortuga di fronte.

Questa città è tormentata da un vento fortissimo, che da sollievo nei momenti in cui il caldo fonderebbe qualsiasi cosa, ma che in alcuni periodi non cessa mai e crea enormi disagi.

Questa città, in alcuni periodi dell’anno, rimane bloccata dalle piogge. Arrivano 3 strade in città, ma in caso di pioggia due si trasformano in fango, e l’altra non è percorribile per via dei fiumi in piena da attraversare.

Questa città, in quei periodi dell’anno, viene sovrastata da stupendi arcobaleni.

Questa città ha tanti, troppi abitanti che vanno in giro e ti guardano con diffidenza, al punto da sembrare sempre arrabbiati, ma che ad un semplice “bonjour” sfoggiano dei sorrisi dolcissimi.

Gli abitanti di questa città, al primo sguardo, hanno tutti la stessa sfumatura di colore:

C’è la piccola A., che è in un ospedale da più di un anno e ne ha solo 3, e i suoi genitori non sono ancora mai venuti a trovarla…

C’è G., che ha un padre e una figlia disabili che non hanno nessun tipo di aiuto da parte di nessuno, men che meno dallo stato, e che lo obbligano a prendersi dei giorni dal lavoro per stargli dietro e curarli…

C’è S., che ha appena avuto una bambina, ma sua moglie non ha ricevuto le cure adeguate in ospedale e non è ancora riuscita a tornare al lavoro dopo un anno dalla sua nascita…

C’è s.J., che vive in un convento circondato da mura altissime contornate da filo spinato, si sente insicura ad uscire perché il contesto è pericoloso e non riesce ad essere accogliente quanto vorrebbe…

C’è P., che quest’anno non aveva abbastanza soldi per mandare i due figli a scuola, quindi ha mandato solo la più grande…

…certo… ma hanno anche meravigliose sfumature di profondi colori:

La piccola A. ride ogni volta che faccio rumori con la bocca sfiorandole la mano e protegge in tutto e per tutto il suo piccolo amico strabico…

G. ha un sacco di idee, pensa ai problemi del suo popolo e si impegna nel lavoro e nella vita a fare del suo meglio per contribuire alla crescita del paese e a migliorare la mentalità delle persone che ha attorno…

S. lavora sodo ed è sempre gentile e premuroso. Si impegna a risolvere i problemi di tutti ed è sempre disponibile. Si spende in tutto e per tutto nel desiderio di aiutare le comunità con cui lavora a crescere e a svilupparsi…

s.J. cerca comunque con la sua vocazione di dare un po’ di respiro e di accoglienza a chi ha bisogno di re-incontrare Cristo, offre momenti di preghiera e con la sua gioia riesce a far sentire tutti a casa…

P. ha deciso che il bene della sua parrocchia viene prima del suo, passa intere giornate a distribuire generi alimentari agli abitanti della sua zona, senza chiedere nulla per sé…

Certo…il grigio c’è…ovunque! Ma non c’è solo quello!

Il problema qua, e forse non solo qua, è che è più facile vedere il grigio che viene messo in mostra che i colori nascosti dell’arcobaleno, che si mostrano solo se alzi la testa e solo per pochi attimi …

Se continuiamo a guardare i nostri piedi e a pensare solo ai problemi che ci sono, non facciamo altro che diventare grigi a nostra volta; se invece alziamo lo sguardo e andiamo oltre al grigiume, riusciamo anche ad ammirare il valore incredibile delle persone che abbiamo davanti.

…perché è difficile amarli e farsi prossimi

quando non riusciamo a vederli come totalità, come persone,

se continuiamo a identificarli come “il loro problema” o “la loro qualità”…


… amando ognuno come persona, valorizziamo coloro che incontriamo …

E in questo modo riusciamo a colorare sempre più quel grigio da cui ormai ci si sente un po’ invischiati anche noi.



sabato 15 settembre 2012

Una giornata (stra)ordinaria

Haiti, settembre 2012

Sono le 9 di mattina: dopo un paio d’ore d’auto e una buona colazione offerta dalla moglie di un collega (banana bollita con pesce), scendiamo dalla macchina e iniziamo a salire a piedi verso la parrocchia che dobbiamo visitare, perché da lì in poi la macchina non ci passa più. 

Parto molto spavalda cercando di tenere testa ai miei colleghi, ma già dopo un quarto d’ora faccio fatica a stargli dietro. La strada è tutta in salita e sotto al sole, ci sono ogni tanto degli alberi, ma gli oltre 50 gradi del sole haitiano mi stordiscono. Inizio a rallentare e sento la testa pulsare, ogni tanto mi fermo all’ombra di un albero a bere, ma mi scoccia farli aspettare e proseguo subito.

Meaurin bello baldanzoso cammina tranquillo e chiacchiera ridendo con Fritz, lui è nato qua e questa strada l’ha già fatta un sacco di volte. Fritz è un po’ più alto e robusto di Meaurin, ed è di città, rallenta anche lui e inizia a grondare sudore, si vede che fa fatica, anche se riesce comunque a continuare a chiacchierare. Io sono letteralmente in un bagno di sudore, la mia maglietta gronda e mi scivolano gli occhiali per le goccioline che dalla fronte scendono fino alla punta del naso, i miei piedi fanno fatica ad alzarsi e mi costringo a fermarmi perché mi sento svenire. La gente che incontriamo ci saluta ed è uno sforzo anche solo rispondere con un “Bonjou”. Mentre sono ferma a bere vedo le donne che scendono con dei catini pieni di roba in testa, sudate anche loro ma belle in forma continuano la discesa. Mi affianca una vecchiettina che sta salendo con il suo bel carico in testa, mi guarda un po’, mi fa un sorriso e mi dice “Kenbé fò” che vuole dire “tieni duro” o “tieniti bene”, qualsiasi delle due intendesse mi fa molto piacere, le sorrido anch’io e lei mi supera sgambettando molto più veloce di me …”ma come fa?!”. Mi faccio forza e mi dico: “devi dimostrare ai tuoi colleghi quanto ci tieni a questo progetto, è stata una tua idea venire qua per stimolarli a darsi da fare e se ce la fa la vecchiettina ce la devi fare anche tu! Devi dimostrare a tutti quelli in ufficio che non volevano venire qua che è una questione di responsabilità, non di fatica”. Quindi, seppur con molta difficoltà, continuo a infilare un passo dietro l’altro. E mentre inizio a sentirmi un’eroina perché sto continuando a salire, continuano a superarmi donnine incinte o vecchiettine che sgambettano tranquille … riprendo a sentirmi molto più stupida che eroica.

Dopo già un paio di momenti in cui mi sono dovuta fermare per non svenire e circa un’oretta di strada, Meaurin ci ferma per farci vedere sull’altra montagna una chiesetta bianca e ci dice tutto allegro: “ecco,  è lì che dobbiamo arrivare!” Mi sento mancare, è lontanissima! Fritz ha la mia stessa espressione sbigottita e quasi all’unisono gli chiediamo “ma si deve salire ancora tanto?”, Meaurin tutto tranquillo ci dice “no no, arriviamo a quell’altezza e poi è tutto in piano”. Mah … continuiamo a camminare …

Dopo un’altra oretta di salita arriviamo sulla stradina in piano che unisce le due montagne. A questo punto ricomincio a pensare lucidamente e inizio a guardarmi intorno. È uno spettacolo mozzafiato! Da qua si vede il mare, si vede la città sotto di noi e la Tortuga di fronte, rimango incantata dalla bellezza del paesaggio Haitiano. Riesco persino ad osservare le persone che incontriamo, le case e gli animali. Ci sono molte persone che vivono quassù, quasi tutte che portano qualcosa avanti e indietro, mi ricordo che per strada abbiamo incontrato anche un paio di buoi trainati che si arrampicavano su quella stradina trasportando qualcosa anche loro. La maggior parte delle case ha le pareti composte da legni intrecciati, alcuni lasciati allo scoperto e altri stuccati che quasi non si riconosce che c’è del legno sotto. Alcune case, poche, sono fatte in mattoni e cemento, e rimango stupita chiedendomi come han fatto a trasportare il cemento su questa strada. L’aria è più fresca e qualche nuvola clemente sta coprendo il sole.

Ancora una lieve salita e ci si staglia davanti una chiesa enorme. Entriamo nella casa parrocchiale e incontriamo il parroco che ha buone notizie per noi: siete arrivati troppo presto, pensavamo che la bianca ci avrebbe messo di più a salire e quindi abbiamo fissato l’incontro alle 12:00, anche se bisogna considerare che qua noi (come in molti altri villaggi) non abbiamo cambiato l’ora quindi per voi dovrebbe essere intorno alle 13. Ottimo, e che ore sono adesso? Le 11 e un quarto. Fantastico.

Père Pheshner ci spiega che quella parrocchia è in una posizione centrale rispetto ad altri piccoli villaggetti su tutta la montagna, lui per raggiungere le due chapelles (le divisioni della parrocchia) ci mette lo stesso tempo che ci abbiamo messo noi a salire. Decide di offrirci un caffè con del pane e un po’ di avocadi, mai frutto è stato più dolce al mio gusto! Sono proprio contenta di essere qua e inizio a chiacchierare con Meaurin. Lui ha vissuto qua finché non ha dovuto fare le superiori, alché si è trasferito con la famiglia a Port-de-Paix dove vive adesso. Racconta che tutta la gente di questi villaggi vive di agricoltura, che c’è un piccolo mercatino qua ma che la maggior parte fa avanti e indietro per andare a vendere nella città ai piedi della montagna. Gli chiedo come mai non ho visto asini in giro e mi spiega che gli asini non riescono a salire quella strada, e che la maggior parte muore … quindi la gente preferisce usare i buoi.

Mi propone di fare un giro del paese intanto che aspettiamo, accetto volentieri. Ormai sono tutta infreddolita da quanto ero bagnata di sudore, e stare un po’ al sole mi asciugherà. Superata la Chiesa (‘Ma come avranno fatto a trasportare tutto sto materiale su quel sentierino?’) troviamo il salone parrocchiale (‘Il parroco deve avere tanti bravi fedeli disposti a lavorare per essere riuscito a far trasportare tutte queste cose!’) e proseguiamo per la stradina.

Mentre passeggiamo si sentono delle grida, vediamo comparire una donna che urla piangendo e sembra che faccia fatica a reggersi in piedi. Tutti la guardano e nessuno dice o fa niente, Fritz mi sussurra che deve essere morto qualcuno, perché quando c’è un morto ci sono anche le grida. Subito dopo compare un’altra donna che urla e si tira i vestiti in un’ostentazione di disperazione, dietro di lei compaiono due uomini che reggono una bara sulla testa cantando e danzando. Dietro la bara arriva un corteo di donne di cui alcune cantano e ballano mentre altre ripetono le scene delle prime due donne comparse sorreggendosi a vicenda … mi tornano alla mente le parole di un anziano frate: qua bisogna ostentare la disperazione per il morto perché altrimenti il suo spirito potrebbe tornare a tormentarti … mi sembra quasi di essere in un film. Tutti quanti le guardano passare, si chiedono a vicenda chi sia morto e continuano quel che stavano facendo prima che arrivasse la prima donna urlante, come se nulla fosse successo.

Mentre attraversiamo il piccolo mercato del villaggio (8 gruppetti di signore che vendono frutta e poco più appoggiate su dei teli per terra) sento una signora che mi ha appena detto “Good morning” spiegare alle sue vicine: “Good morning in inglese vuol dire dammi i soldi!”, mi giro e le dico: “No madam, good morning se pa bay mwen lajan, se selman bonjou” (No signora, non vuol dire dammi i soldi ma solo buongiorno!) … scoppiano tutti a ridere e la signora si fa suggerire un’altra frase : “give me one dollar”, alché replico: “Bravo madam, counyea u parle byen langle” (Brava signora, ora sì che parli bene l’inglese) altra risata generale e ridendo proseguo. Finito il mercato, finito il paese. Ci giriamo e torniamo verso la Chiesa.

Arriviamo alla parrocchia e dopo un po’ di attesa arrivano i membri della Caritas parrocchiale. Ci dividiamo per le interviste: Meaurin e Fritz con la Caritas parrocchiale e io col parroco. Scopriamo che è una comunità molto attiva, i membri sono molto legati al proprio parroco e sono orgogliosi delle attività che portano avanti per il loro villaggio. I problemi principali sono i soliti: manca l’acqua, non ci sono latrine e non ci sono strade, ma mentre parlano mi sento quasi commossa, queste sì che sono persone che cercano di aiutare, nulla a che vedere con l’assistenzialismo e la diffidenza che abbiamo trovato finora. Contenti e soddisfatti del nostro incontro ringraziamo gli intervistati, li esortiamo a continuare così dandogli qualche piccolo consiglio su come migliorare ancora e gli presentiamo le nostre proposte per i prossimi mesi.

Beviamo un po’ di cocco prima di ripartire e iniziamo la discesa, con tante idee in testa e contenti di questa giornata. Un’ora e mezza di tempo e saremo già arrivati al punto in cui l’autista è tornato ad aspettarci.

 

E’ stata decisamente una giornata straordinaria, non avrei mai potuto immaginare tutta questa fatica e tutta quella bellezza … una giornata straordinaria per me, certamente, ma quella strada è invece l’ordinario di molti.
Del resto, se un abitante di Gaspard venisse a casa mia a Milano vivrebbe un’esperienza sicuramente straordinaria, in qualcosa che per me e per tanti altri è semplicemente l’ordinario.
E’ bello sapere che c’è così tanta diversità al mondo, e credo che ogni tanto, quando mi lamenterò che l’ascensore è rotto o che l’autobus è in ritardo, mi ricorderò della fatica che fanno gli abitanti di Gaspard a scalare quella montagna tutti i giorni.
Irene

domenica 10 giugno 2012

FANGO CONCHIGLIE E SPAZZATURA




Fango...

fango che ricopre le strade...fango che inonda le case...

fango che corre giù dalle colline.

Qualche ora di pioggia e il fango ha iniziato a scorrere e a coprire tutto quanto. Questa città, questo paese, è in continua emergenza. Ci si sveglia una mattina e un muro è crollato perché la collina ha rigurgitato troppo fango. Ci si sveglia una mattina e non puoi più uscire con la macchina perché un fiume ha deciso di deviare il suo corso e ha buttato giù il ponticello di fronte a casa lasciando sui lati un cumulo di spazzatura a farti da barricata.

Spazzatura … la città ne è piena.

Straborda dai fiumi quando piove, riempie i fiumi quando c’è siccità. Si accumula ai bordi delle strade e si mischia al fango. Una signora mette a posto le mercanzie della sua bancarella, disimballa delle confezioni e ne butta la plastica per terra. Una ragazzina sta mangiando delle patatine, le finisce e butta il pacchetto per terra. Un bimbo divora il suo mango e sputa buccia e nocciolo per terra. Per terra … dove se no?

Fango... fango... fango dappertutto.

Ma tu non lo sai che questo è dovuto al carbone con cui cucini e alla spazzatura che riempie i fiumi... no, non lo sai.

Senza alberi la terra non tiene e la tua casa si riempie di fango, ma tu come puoi saperlo? E’ più grande di te, è tutto più grande di te. E allora ci si adatta, e si reagisce man mano che le cose succedono: vivi alla giornata, non dice forse così anche il Vangelo? E quindi se il fango arriva e riempie tutto, pian piano lo toglieremo. E se butta giù un muro, un ponte, una casa...pian piano ricostruiremo.



Conchiglie...

montagne di conchiglie...grandi e piccole, in riva al mare gettate così.

Passiamo e da lontano sembrano montagne di sassi, curioso, ma nulla di che. Guardiamo meglio: conchiglie! Ci fermiamo e ci avviciniamo. Conchiglie enormi e stupende, rosa e bianche, vuote e sporche. Pian piano ci circondano un po’ di bambini e di adulti incuriositi, “Dei bianchi? Da queste parti? Cosa vorranno mai?”. Il villaggetto di pescatori è in subbuglio, dalle case ci osservano tutti. Loro mangiano l’interno della conchiglia, e della conchiglia non sanno che farsene. Decidiamo di raccoglierne un po’ per fare dei regali, abbiamo dei sacchetti e le mettiamo lì. Pian piano un bimbo segue il nostro esempio e ci mostra conchiglie ancora più belle che non avevamo notato sotto le altre, gli porgiamo il sacchetto e ce le infila dentro. Allora tutti gli altri bimbi si mettono a raccogliere e alla fine ci ritroviamo con un sacco di sacchetti pieni. Contenti del nostro bottino decidiamo di andarcene. I bimbi ci salutano senza chiederci niente, contenti di averci aiutato. Perfino la gente dalle case ci saluta senza chiedere niente. Per loro è un giorno diverso dal solito, sono già contenti di questo. Non hanno acqua, non hanno soldi, mangiano solo pesce e molluschi tutti i giorni. Ma non chiedono nulla. Sono abituati così. E quando si è abituati, ci si adatta, e si reagisce man mano che le cose succedono: vivi alla giornata, non dice forse così anche il Vangelo? Il mare porterà il tuo cibo, e se piove l’acqua arriverà...e se non piove si aspetterà.





Vivi alla giornata...certo, la Provvidenza esiste e ne sono certa. Vivere alla giornata aiuta in molte situazioni, aiuta a superare molti momenti difficili, aiuta a non preoccuparsi troppo del futuro. Aiuta a non disperarsi delle proprie condizioni, aiuta a sperare nella pioggia e ad accontentarsi del mollusco che si mangia per cena. Il Padre nostro che è nei cieli si prenderà cura di noi, valiamo certamente più di un passero o di un giglio nei campi. Ma non può fare tutto solo Lui, ci ha creati apposta. Noi siamo qua, e in qualche modo qualcosa facciamo. Bruciamo gli alberi e ci si riempiono di fango le case, buttiamo tutto per terra e i fiumi strabordano...bisogna guardare anche al domani. Bisogna preoccuparsi anche del domani. Lui c’è, e ci aiuta in modi per noi inaspettati. Questo è vero, ma noi dobbiamo muoverci verso di Lui. Questa gente non sa che può fare qualcosa per il proprio paese, non sa che basterebbe non buttare la cartaccia per migliorare, non sa che basterebbe organizzarsi per risolvere qualcosa. Questa è la difficilissima sfida che viviamo noi ogni giorno, cercare di ragionare con loro su come si può “fare qualcosa”. E non è facile perché qua vince il “vivi alla giornata” e il “tanto arriverà il bianco a mettere a posto questo paese”, e fargli capire che si possono prendere in mano le cose, partendo anche dal piccolo, è un compito arduo...se non quasi impossibile. Eppure qualche spiraglio si vede, qualche haitiano con una minima coscienza civica che vuole aiutarci a convincere gli altri, qualche mamma che insegna al proprio figlio a non buttare le carte per terra, qualcuno che decide di darsi da fare per cambiare la mentalità di questo paese... e su questi vogliamo puntare, su questi vogliamo scommettere.

E andiamo avanti, così … aspettando che arrivi il momento giusto in cui il “vivi alla giornata” viene rimpiazzato dal “progettiamo il nostro sviluppo”, e in quei momenti riusciamo a vedere un futuro per questo paese.




lunedì 12 marzo 2012

La storia di Jacques...

Ciao a tutti!


Sono Jacques. Ho quattro anni e quello che leggete non l’ho scritto io, perché non so ancora scrivere.


Io sono il più piccolo dei miei fratelli e in tutto siamo 9. Abbiamo tutti la stessa mamma ma io ho un padre tutto mio. Alcuni dei miei fratelli hanno lo stesso padre, e si sentono più “fratelli” per questo. Io sono l’unico che non va ancora a scuola, ma la mamma alla mattina mi porta sempre alla prescolare di quei bianchi che danno la corrente elettrica a quasi tutto il quartiere, tranne che a noi perché non possiamo pagarli…



è bella la mia mamma, sapete? Non è tanto alta, mio fratello Peterson (che è il più grande e ha il papà a Santo Domingo) è più alto di lei di un bel po’. Ha dei bei capelli lunghi che lava ogni settimana e io le do una mano a pettinarli con le mie sorelle più grandi (non tutte perché Ketlyvive già con un altro signore e ha già un bambino che è tanto più piccolo di me).


La mia mamma è fortissima, quando mi accompagna a scuola porta sulla testa il banchetto con cui poi va al mercato a vendere tutte le sue cose, io lo vedo che fa fatica e ogni tanto le do una mano portando qualche sacchetto pieno zeppo di roba. Non vedo l’ora di essere grande così quel banchetto lo potrò portare io, e lei potrà riposarsi un po’…che la sento tutte le mattine che fa fatica ad alzarsi per il mal di schiena, e la pancia le sta diventando sempre più grossa. Ogni tanto io e le mie sorelle le diciamo di rimanere a letto ma lei si alza lo stesso e continua a portare quel coso pesante…per fortuna che ci siamo noi ad aiutarla!


Quando sarò grande voglio fare il lavoro del mio papà: voglio guidare le macchine dei bianchi, che poi mi danno i soldini e posso fare tutti i regali che voglio alla mia mamma, e anche alle mie sorelle, che giocano sempre con me.


Il mio papà lo vedo spesso che passa con la macchina dei bianchi e mi saluta, ogni tanto viene a trovarci e noi sappiamo che dobbiamo stare fuori a giocare così lui può stare con la mamma. Quando viene a trovarci mi porta sempre qualcosa di buono da mangiare, mi dice di non darlo ai miei fratelli, ma le mie sorelle ne prendono sempre un po’ anche se io mi arrabbio.


Mio fratello Ronald e mia sorella Sonya hanno il papà più ricco di tutti, lavora a Miami e non viene mai a trovarli, ma ogni tanto manda alla mamma un po’ di soldi, e noi siamo tutti contenti per qualche giorno.


Stamattina mentre facevamo la fila per prendere l’acqua mia sorella Sonya ci ha raccontato che fra qualche anno lei andrà dal suo papà per andare in scuole più belle…io spero proprio di no perché Sonya gioca sempre conme e non vorrei giocare da solo quando il suo papà la porterà via.


Mia sorella Marie-Rose invece mi racconta sempre storie di bianchi, vuole diventare bianca lei, e mi dice che è possibile…continua a comprare quei saponi arancioni che dice che la fanno diventare più bianca…per me puzzano e basta, ma ogni tanto glieli rubo e ci provo anch’io. Anche i miei compagni alla prescolare mi hanno detto che i bianchi hanno tante cose: hanno l’acqua che gli esce da un tubo in casa, hanno il cibo che gli esce da una scatola fredda, hanno più macchine che asini, dormono su dei letti tutti soli, hanno tanti giocattoli e tanti amici e hanno un papà a casa. Io credo proprio che se non riesco a fare il lavoro del mio papà voglio provare a diventare bianco anch’io. Eh sì, sarebbe bello!


Aspetta…ma tu che stai scrivendo tutte ste cose sei bianco, vero?

E anche tu che leggi, vero?


...mi fate diventare come voi?...

mercoledì 29 febbraio 2012

Da Haiti, tutto da rifare o quasi...

25/02/2012

Tutto da rifare: dopo cinque mesi per insediare il governo, Haiti si trova ancora una volta senza guida. E’ notizia che ieri (venerdì 24 febbraio) Garry Conille primo ministro eletto non con poche difficoltà ha rassegnato le sue dimissioni. Questo significa che a solo quattro mesi dall’insediamento, il governo che dovrebbe guidare la ricostruzione si trova nell’impossibilità di agire. Alla base delle dimissioni ci sarebbero incomprensioni con il presidente Michel Martelly, proprio su come impiegare i fondi della comunità internazionale per ridare slancio al paese. Non di meno le minacce che le numerose inchieste sulla doppia nazionalità del presidente e di altri non ben chiari ministri del suo esecutivo stiano arrivando a conclusioni non felici per l’esecutivo hanno inciso sulla decisione del ormai ex primo ministro. Secondo le leggi haitiane non è possibile ricoprire cariche presidenziali e governative se non si è esclusivamente cittadini haitiani. Il tema della doppia nazionalità del presidente è un cappio che è stato messo attorno al collo dell’esecutivo pochi giorni dopo il suo insediamento: gli accusatori dichiarano che il presidente ha un improbabile passaporto italiano e altri un plausibile passaporto statunitense. In molti vedono dietro questi giochi di palazzo la lunga mano dell’ex dittatore Aristide, tornato in patria proprio nei giorni della proclamazione del presidente Martelly e che da quel momento sta cercando di destabilizzare l’assetto politico e ricreare consenso attorno alla sua figura. Il presidente è debole e non particolarmente esperto di giochi di potere, sulle sue reali capacità ci sono parecchi dubbi, ma in questo momento non ci vuole un'altra crisi. Di fronte alla tragedia che ancora oggi Haiti rappresenta non si può ascoltare solo la propria pancia e voler portare a casa ed a tutti i costi il proprio torna conto, la succosa torta degli aiuti fa gola a tante, troppe persone, destabilizzare un paese che da due anni aspetta risposte e che ha ricevuto una grande occasione dalla generosità internazionale significa condannare il paese intero a perdere anche quel minimo di speranza che si è riaccesa dopo il terremoto e che si è conservata fino ad oggi, significa ignorare la   sofferenza di milioni di persone, significa infiggere altra sofferenza alla collettività per un relativo guadagno personale. Spiace dirlo: ma da un altro punto di vista significa semplicemente, fare i conti con la mentalità più diffusa ad Haiti.