domenica 8 aprile 2012

... Al posto della libertà ...


E volto le spalle... lasciandomi alle spalle una desolazione incrociata solo superficialmente, forse più con l'animo che con gli occhi. Il mio sguardo non si è soffermato sui volti talora stanchi talora spaesati delle persone che mi circondavano, una sensazione strana me lo impediva, come una percezione di estraneità.
Alzare lo sguardo era come voler sfidare quei volti segnati da dolori e fatiche e ciò mi metteva a disagio.
Sono entrata a testa bassa, incerta del significato della mia presenza là tra loro e a testa bassa sono uscita dopo aver parlato con il capo della polizia che ovviamente esigeva un'autorizzazione per farci entrare nel campo profughi, che poi così non dovrebbe neanche essere chiamato anche se di questo concretamente si tratta. Mi dirigo verso l'uscita fissando la terra polverosa, il capo chino, non perchè io sia delusa ma perchè non ho ancora trovato il coraggio di sostenere gli sguardi interrogativi, quasi diffidenti, che si posano su di noi. Sono sollevata: per oggi non dovrò entrare nell'inferno. Le anime sventurate che lo popolano sono Siriani, gente semplice, contadini, donne e bambini, l'età media nel campo oscilla tra i 19 e i 29 anni.
“Ragazzi come noi”
Questo ho pensato quando la dirigente dell'associazione di assistenza medica affiliata all'UNHCR ha risposto alle nostre domande.
“Quanti sono?”
“Tanti, ogni giorno sempre più. Dal 29 marzo il numero sale esponenzialmente.”
Azzarda una stima “ Si contano circa 15.000 displaced people qui in Giordania” . 
Difficile trovare due fonti che concordino sul numero esatto, quello che è certo è che sono molti.
… ragazzi e ragazze...  
Persone che hanno subito violenze e torture e sono state costrette a fuggire, ad allontanarsi dalla casa e dalla famiglia, a lasciarsi tutta una vita  alle spalle, esistenze sradicate e trapiantate in un' altra realtà, umanità ferita, raccolta in un luogo che non è tale, in un campo che è un non luogo, dove la vita si ferma, arresta il suo naturale corso come sospesa. Molti, tutti vogliono tornare in Siria, non accettano questa forzata e tragica parentesi nella loro vita, questa fuga imprevista che ha drasticamente interrotto le loro vite costringendoli a fuggire. Dietro a tutta questa violenza, perché quando si costringono migliaia di persone ad interrompere drasticamente le loro vite di questo si tratta, solo dati incerti, percentuali e stime numeriche che mostrano realtà completamente diverse.

E dall’occidente giungono voci contrastanti: mentre i mass media raccontano di un governo che per mezzo dell’esercito attacca la sua stessa popolazione vi sono molti giornalisti che scrivono di una realtà molto diversa e parlano di una rivolta strumentalizzata e fomentata dall’occidente[1].
“You’ll get the shari’ah and we’ll get the oil”, questo è lo slogan che secondo molti si nasconde dietro l’ennesimo tentativo di esportare la democrazia. Non è forse ora di chiedersi per quanto questa scusa, ormai trita e consunta, ci ingannerà ancora?
Intanto ad Amman si contano a decine i mercenari inviati dai paesi del Golfo, dalla Libia, tra loro anche qualche pashtun afghano[2]. L’Arabia Saudita proclama che sono stati inviati per sostenere i ribelli, per combattere contro il regime oppressore di Assad; non è forse legittimo chiedersi da che parte stiano allora questi ribelli? Siamo sicuri che dei mercenari talebani possano combattere per la democrazia? Il regime è sicuramente corrotto, ma i giochi di potere sono molto più complessi di quello che in realtà sembrano e questa rivolta non è solo una sollevazione popolare, sotto ci sono interessi ed equilibri molto più complessi di quello che le fonti ufficiali di informazioni lascino trapelare[3].

I pensieri si affollano confusi, più si va a fondo della questione meno la si comprende. L’unica cosa certa è che questa calcolata disinformazione fa parte del gioco e a testimoniarlo basti citare la dimissione di 5 giornalisti corrispondenti di Al Jazeera a causa delle menzogne diffuse dalla nota emittente[4].

Ma questa volta è diverso, le vittime della tragedia non sono fantasmi lontani rievocati da numeri e cifre distrattamente letti nei giornali, questa volta sono esistenze che ho sfiorato, vite incrociate quasi per caso, incontri mancati che continuano ad essere avvolti in una coltre di silenzio spessa tanto quanto la mia incapacità di ridare loro quella dignità di persone perduta e cancellata dal campo, dalle definizioni ufficiali, dai numeri e dalle percentuali. Abbassando lo sguardo non faccio altro che sancire la loro condanna.

Il mio sguardo si posa nuovamente sulla terra polverosa, terra giordana, terra di una nazione creata dal nulla e dal deserto, popolata di rifugiati e che continua a prestare fede alla sua vocazione rinnovando di giorno in giorno il suo ruolo di mediatrice tra occidente e medio oriente grazie all’abile equilibrismo dei suoi sovrani. Terra che per l’ennesima volta si riconferma un’isola di relativa quiete circondata da un mare in tempesta.

Alzo gli occhi al cielo: uno stormo di uccelli in volo cattura il mio sguardo.
Provengono da nord, hanno appena sorvolato il confine eppure per loro non c’è un campo ad attenderli, loro sono liberi di volare ovunque, senza barriere, senza status ufficiali, nessuno li additerà come “displaced”.
E forse un po’ ingenuamente penso alla libertà così come è intesa dagli uomini, a quest’ideale astratto che diviene spesso gabbia e prigione.
Dove abbiamo sbagliato? Cosa ci sfugge?

2 commenti: